PERFETTI SCONOSCIUTI:COME CAMBIANO I RAPPORTI “A CAUSA DELLA TECNOLOGIA”

Paolo Genovese, con la sua prima regia teatrale, porta in scena dal 9 all’11 maggio al Vittorio Emanuele di Messina un adattamento della commedia “Perfetti Sconosciuti”,che punta i riflettori sull’amicizia, sull’amore e sul tradimento.

 

Alle  quattro coppie di amici protagoniste verrà chiesto di confrontarsi e a scoprire se stesse giocando a “verità o conseguenza”, un gioco dove i partecipanti mettono i propri cellulari sul tavolo, condividendo messaggi e telefonate:  ciò li porterà a fine cena a svelare i loro più oscuri, incofessabili e intimi segreti, tanto da stravolgere le proprie vite e quelle degli altri.

 

Intervista a PAOLO GENOVESE di Angela Consagra

 

SENTIMENTI UNIVERSALI

L’idea di Perfetti sconosciuti – una storia sull’amore e l’amicizia, sulle relazioni governate dai nostri telefonini – raccontata nel suo celebre film del 2016, diventato un cult: da dove nasce l’intuizione iniziale?

Ormai, quando si vuole raccontare una storia nuova, ci accorgiamo che quasi tutti i temi sono stati affrontati: è difficile trovare vicende originali.

Quello che un autore può fare è aggiornare il punto di vista, il modo di affrontare una tematica. Al tempo del film Perfetti sconosciuti era da tanto che desideravo raccontare al cinema i rapporti tra le persone più prossime: amici, fidanzati, amanti e le nostre famiglie, proprio per scoprire quanto poco, alla fine, ci conosciamo.

Anche questo tema era già stato descritto innumerevoli volte, ma alcuni anni fa mi è venuta un’idea; forse, bisognava partire da un fatto imprescindibile: i rapporti tra gli esseri umani passano oggi, per la maggior parte, attraverso i cellulari. È lì dentro che risiedono tutte le nostre emozioni, le nostre paure… Allo strumento-telefonino affidiamo messaggi, foto, l’intera sfera del nostro privato, mentre una volta i segreti erano nel nostro cuore e nella nostra mente. Con l’uso del cellulare siamo diventati tutti più esposti perché questo oggetto ha la potenzialità di renderci, probabilmente, anche più deboli.

Credo fermamente che la bontà di un’idea sia sempre proporzionale a quanto essa risulti agganciata all’epoca in cui viene raccontata e ho pensato allora che un modo originale legato al nostro tempo, per parlare dei rapporti tra le persone, potesse essere attraverso questo nuovo oggetto che è entrato nelle nostre vite.

 

Com’è avvenuto il passaggio di Perfetti Sconosciuti dal cinema al teatro?

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Uscito il film, mi hanno chiesto di fare Perfetti sconosciuti 2, Perfetti sconosciuti – La Serie, lo spin-off di Perfetti sconosciuti… Sinceramente, però, mi sembrava di non avere più nulla da dire sull’argomento e quindi non ho pensato di realizzare un sequel, dato che sarebbe stata solo un’operazione commerciale: non avevo voglia di farla. Poi, siccome il copione teatrale è stato venduto in giro per il mondo, sono stato invitato per l’allestimento dello spettacolo a Buenos Aires, dove Perfetti sconosciuti ha fatto numeri impensabili, soprattutto per essere un’opera straniera. E quando ho visto Perfetti sconosciuti a teatro per la prima volta ho capito immediatamente che quella storia, sul palcoscenico, comunicava emozioni diverse: il coinvolgimento del pubblico era differente, come se gli spettatori fossero veramente seduti a tavola con i protagonisti, ridendo ed empatizzando con loro, spaventandosi e stupendosi con loro… Il lungometraggio Perfetti sconosciuti è nato con una precisa idea di regia: l’osservatore doveva sentirsi parte della scena, come se stesse a tavola con gli attori, che, non a caso, erano sette. A teatro era come se l’intera platea fosse seduta con il cast. È stato profondamente emozionante, qualcosa di davvero diverso rispetto al film e al filtro dello schermo. Penso proprio all’energia che ho sentito anche io. Ecco perché ho capito che avrei voluto riproporre in Italia la storia, in versione teatrale, di Perfetti sconosciuti.

 

Questa storia travalica, quindi, tutti i confini?

La comicità è qualcosa di veramente complicato: è, infatti, molto più difficile riuscire a far ridere che a piangere. Esistono delle tipologie di comicità legate alle vicende di ogni Paese, con l’utilizzo della satira e dell’ironia, ma per comprenderle è necessario conoscere le varie strutture sociali. Ma c’è anche la comicità assoluta, che può essere compresa ovunque: penso che Perfetti sconosciuti abbia una comicità universale, che va al di là del legame con l’Italia e si sofferma sull’umanità, le passioni e le debolezze umane. Per questo motivo, lo stesso testo, senza sostanziali cambiamenti, ha funzionato in tutto il mondo. Il passaggio al teatro è stato comunque complicato, anche perché è la tecnica del racconto ad essere diversa. Nel film ci sono le inquadrature, con un regista che ti costringe a vedere quello che lui vuole: un dettaglio, un sorriso, un primo piano, una visione totale, certi stacchi… Il teatro è invece un unicum, in cui hai degli attori che si muovono in un lungo piano sequenza di un’ora e mezzo, come un flusso continuo in uno spazio. Quindi, per l’allestimento teatrale abbiamo dovuto riconsiderare tutto: i movimenti, i tempi, gli a parte, inventandoci nuovi espedienti per far arrivare al pubblico tutto ciò che è scritto su un cellulare.

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Al cinema ciò si può far leggere con un dettaglio, mentre a teatro occorrono altri artifizi. Abbiamo fatto delle prove molto lunghe, ma anche molto entusiasmanti.

Quando uno spettatore esce da teatro, che sentimento porta con sé dalla visione dello spettacolo?

Sicuramente il divertimento, perché in Perfetti sconosciuti si ride moltissimo. Allo stesso tempo, però, si esce anche con uno spunto di riflessione: pensiamo a come stanno cambiando i rapporti tra noi e le persone che ci stanno vicine, grazie o a causa della tecnologia. È uno spunto per una riflessione collettiva. Il gruppo di spettatori che, dopo teatro, magari va a mangiare una pizza insieme continua a parlare di quello che ha visto, forse adattandolo anche alla propria vita. Il tipo di effetto che fa questo spettacolo lascia lo spazio della rappresentazione per diventare una riflessione personale. Io non sono contro la tecnologia, ma la mia è una visione realistica, perché se ne può fare un utilizzo fisiologico oppure patologico, e questi elementi sono entrambi presenti in Perfetti sconosciuti.

 

Come autore e regista la responsabilità nei confronti del pubblico cambia tra il cinema e il teatro?

È importante la fiducia che il pubblico ti dà, a prescindere dal numero di persone presenti che guardano la storia che stai raccontando. Gli spettatori sono usciti di casa per vedere un mio racconto in scena, per cui sento che loro hanno avuto fiducia in me e mi sento responsabile allo stesso modo, sia a teatro che al cinema. Quando vedi un teatro pieno con un biglietto che costa il doppio o forse anche il triplo di quello del cinema, avverti anche maggiormente la responsabilità. E poi a teatro il rapporto che si crea tra interpreti e spettatori è più stretto e diretto: le persone le vedi una ad una.

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