
Abbiamo da poco celebrato l’8 marzo, non una giornata di festa, ma di impegno per chiedere diritti, parità e la fine della violenza contro le donne, invece un altro tristissimo epilogo, proprio nella nostra città una giovane vita viene spezzata, per mano di chi diceva di amarla.
“L’ennesima vittima, l’ennesimo femminicidio, l’ennesima prova che se non si interviene prima con l’educazione, l’informazione, la sensibilizzazione, la violenza non avrà ostacoli” (lo dico con le parole di Maria Andaloro, impegnata da anni con la campagna di sensibilizzazione, Posto Occupato).
Quella violenza che tutti dovremmo imparare a riconoscere, quando il possesso si confonde con l’amore che invece non possiede, non annulla, non fa male. L’amore ci sostiene, ci rispetta, ci rende liberi.
Oltre la semplice condanna.
Per questo non possiamo più fermarci all’indignazione dopo l’ennesimo caso, ma interrogarci sui modelli educativi che continuano a formare ragazzi, incapaci di accettare un futuro e poco consapevoli delle dinamiche legate al patriarcato e al femminismo.
La violenza sulle donne inizia molto prima di quello che pensiamo: inizia quando scambiamo il controllo con l’amore, quando pensiamo che la gelosia sia necessaria per la nostra relazione, quando non educhiamo al rispetto, quando nei silenzi lasciamo passare quelle battute sessiste che conosciamo bene, quando usiamo violenza nelle nostre parole. E se ci focalizziamo solo sull’ultimo atto, perdiamo tutto quello che avviene prima.
Una violenza che si alimenta anche nelle parole.
La violenza sulle donne cresce lentamente dalle parole, ai comportamenti che scegliamo di minimizzare e di giustificare, quando ci giriamo dall’altra parte. Perché c’è una violenza quotidiana che giustifichiamo e che non viene percepita dagli uomini, anzi immediatamente viene banalizzata e quando le donne lo fanno notare, la risposta è: ma era solo una battuta, era solo una foto, era solo gelosia.
Per questo, occorre interrompere il linguaggio e i comportamenti che alimentano la cultura della violenza di genere.
Penso che gli uomini, anche inconsapevolmente, siano essi stessi vittime di una società patriarcale, uomini che non sono educati all’idea del rifiuto.
L’educazione ai sentimenti, prima di tutto.
E’ importante quindi partire dai giovani, dai bambini, insegnando loro a saper usare i sentimenti, dalla rabbia all’amore. Dobbiamo far loro capire quanto sono importanti il comportamento e le azioni, nel momento in cui si hanno dei rapporti, non solo sentimentali, ma in generale, nella società.
“Se non cambiamo noi a cambiare saranno solo i nomi delle vittime”, come ha detto il papà di Giulia Cecchetin, Gino.
Tocca a ciascuno di noi assumere la responsabilità dei comportamenti e combattere quelli sbagliati. Significa affrontare alla radice il problema della violenza e il ruolo che l’intera società deve assumere per contrastarla, attraverso iniziative di prevenzione e percorsi educativi che promuovano il rispetto fin dalla giovane età.
L’ascolto come strumento di prevenzione.
Importante è ascoltare i ragazzi, parlare delle loro relazioni, delle prime gelosie, delle paure di non essere abbastanza, del riconoscere le proprie emozioni, di non sapere gestire un rifiuto. Ragazzi che sono bombardati da messaggi contrastanti: da una parte si parla cultura del rispetto, dall’altra continuano a ricevere modelli di possesso, dominio, stereotipi. Modelli che raccontano l’amore come controllo e la forza come sopraffazione. E nessuno insegna loro davvero come si costruisce una relazione sana.
Credo che i ragazzi abbiano bisogno di adulti presenti che possano aiutarli a gestire le loro emozioni senza paura di dire: ho paura, sono arrabbiato, mi sento perso. Hanno bisogno che qualcuno dica loro che amare non significa possedere e che il consenso non è un dettaglio ed il rispetto non è debolezza.
Per informazioni, rivolgersi all’Ufficio della Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Messina, Via Dogali 1/D, 4°piano del Centro per l’impiego.
Si riceve solo per appuntamento contattando:
Segreteria Ufficio della Consigliera di Parità, tel. 090/2984781 oppure mail
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