ARTE ORAFA E ARGENTIERA A MESSINA: UNA STORIA SECOLARE

L’arte della metallurgia a Messina è molto antica, addirittura già dalle antiche origini della città. Fin dall’antichità erano conosciuti nei Monti Peloritani dei filoni metalliferi di materiale ferroso e perfino di oro e argento.

Si pensa che l’arrivo nel nostro territorio dei popoli greci sia dovuto anche alla conoscenza di questi preziosi giacimenti. Basti pensare che lo stesso capo Sant’Alessio fu battezzato dai primi coloni calcidesi come Arghennon akron, capo d’argento.

Ma anche la leggendaria Truvatura di Monte Scuderi rimanda alle miniere d’argento attive fino al secolo scorso. La storia si intreccia con la mitologia e non è casuale il fatto che una delle divinità fondanti della città greca di Zancle sia proprio Kronos / Saturno il dio del tempo infinito ma anche colui che, secondo tradizione, insegnò agli uomini l’arte dei metalli.

Nel corso dei secoli in particolare l’arte del lavorare l’argento e l’oro trova nella città dello Stretto grande attenzione raggiungendo livelli di alta qualità apprezzati in tutta Europa. Non va dimenticata la zecca della città che ha battuto moneta dall’antichità fino al 1754, coniando anche alcune monete d’argento realizzate solo con metallo proveniente dai giacimenti peloritani, come quelle del 1732 e 1733 fatte realizzare da Carlo VI d’Austria.

Fin dall’antichità era fiorente l’arte della metallurgia

Si hanno notizie certe di botteghe di argentieri operanti a Messina fin dal XIII secolo. Tra i primi nomi quello di Perrone Malamorte tra gli aurifaber preferiti del grande Federico II di Svevia tanto che nel 1218 gli concede in feudo il casale di Dricino, nella piana di Milazzo.

A questo artista è attribuita una croce astile del Duomo di Messina realizzata in lamina d’argento lavorata a sbalzo con motivi decorativi influenzati da modelli toscani e costantinopolitani. Altro artista citato da un documento d’archivio è un certo Silvestro la cui vedova nel 1263 aveva acquistato la chiesa e il convento dei carmelitani di Ritiro per costruire il convento cistercense, e poi francescano, di Santa Maria di Gesù.

L’uso del tipico marchio per identificare gli argenti messinesi è documentato già nel 1393 ed attivo fino al 1826. Utile per riconoscere i manufatti realizzati in riva allo Stretto, si compone di un piccolo scudo crociato coronato affiancato dalle lettere M S di Messanensis Senatus, abbinato solitamente dalla data e dalle sigle del console e dell’autore.

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Altro argentiere messinese citato dai documenti d’archivio è Giovanni di Salliceto il cui nome compare in un testo ufficiale di Federico III d’Aragona del 1360, a lui era attribuita la croce in argento dorata della chiesa di San Martino di Randazzo trafugata nel 1986. Di questo periodo rimane nel Tesoro del Duomo di Messina un calice in argento dorato e smalti, dono dell’arcivescovo Filippo Crispo.

Già nella seconda metà del XV secolo erano attivi a Messina ben cento argentieri, tra questi Michele Gambino che nel 1498 realizza altra croce per la chiesa di San Nicola sempre di Randazzo. Attivo nel 1505 Luca Resaliba, nipote del grande Antonello da Messina, che crea un ostensorio per Milazzo e un reliquario per Santa Lucia del Mela dove ribadisce stilemi gotici similari ai coevi gonfaloni lignei antonelliani.

Operativo anche Cesare Del Giudice che produce nel 1513 un imponente ostensorio in oro e smalti per la cattedrale di Messina. Già in questo secolo si fonda la Confraternita di Sant’Elena e Costantino degli Argentieri che, oltre all’aspetto di culto, costituirà il Consolato degli Argentieri che coordinerà l’opera di questa importante maestranza e apporrà il bollo consolare sugli argenti dopo una attenta analisi qualitativa.

Con il XVI secolo l’arrivo a Messina di diversi artisti toscani aggiorneranno lo stile anche degli argentieri peloritani, basti pensare a Vincenzo d’Angioia che realizza nel 1603 una grande statua reliquaria che fu donata dal senato a Filippo III di Spagna e alla cassa reliquaria di San Placido del 1613 di Giovanni Artale Patti, andata in parte distrutta nei bombardamenti del 1943.

Il Seicento è il secolo d’oro per questo particolare settore artistico

Con il Seicento si toccherà l’apice dell’importanza di questo settore artistico, si conteranno ben seicento argentieri suddivisi in ben 280 botteghe, concentrate in gran parte nel cuore antico della città nella strada detta degli argentieri, asse viario in parte ancora oggi esistente.

In questo periodo vengono prodotti centinaia e centinaia di manufatti di uso civile e soprattutto di carattere religioso. Dai vasi liturgici a grandi reliquari, per passare a paliotti e candelieri, ma anche grandi fercoli custoditi ancora oggi in tante località della Sicilia Orientale e della Calabria Meridionale.

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Gran parte dell’argento lavorato a Messina veniva portato dai genovesi che lo ricevevano a sua volta dai possedimenti americani della corona spagnola. I genovesi in cambio riportavano in Liguria la pregiata seta siciliana. Le più famose famiglie di argentieri messinesi erano: i Juvarra, i Lo Giudice, i Rizzo, i Campagna, i Corallo, i Donia, gli Aricò, i D’Angelo, i Martinez, i Bruno e i Frassica.

A Messina viene realizzato in questo secolo il fercolo della Madonna della Lettera nel 1626, il celebre Vascelluzzo nel 1644 ed il prezioso ferculum di San Giacomo di Camaro nel 1666, per non dimenticare le numerose rize o mante d’argento per le più venerate immagini devozionali della città, come la Madonna della Scala o la Madonna di Montalto, per passare alla Manta d’Oro della Madonna della Lettera di Innocenzo Mangani.

Dopo la rivolta di fine Seicento anche questo settore vede un lento declino rimanendo attive solo cento botteghe che per tutto il Settecento e l’Ottocento continueranno ad esportare anche fuori dallo Stretto parecchi preziosi manufatti. In questo contesto matura uno dei maggiori architetti europei del Settecento, il grande Filippo Juvarra. Nato in una delle più importanti famiglie di argentieri messinesi, raggiungerà l’apice della sua carriera a Torino con la realizzazione di importanti monumenti che ancora oggi testimoniano il suo genio artistico.

Ancora oggi gli argenti messinesi sono molto richiesti dalle case d’aste di tutto il mondo

Tutt’ora tra le maggiori case d’aste periodicamente appaiono argenti prodotti a Messina nei secoli passati che vengono molto apprezzati dagli esperti del settore, raggiungendo anche notevoli quotazioni. Come nel caso della celebre alzata da tavola in argento di Giuseppe D’Angelo che riproduce la cinquecentesca fontana Orione che nel 1990 fu messa all’asta da Christie’s a New York.

Bisogna dire che ancora oggi la città di Messina mantiene una discreta tradizione orafa con abili artisti che mantengono in città le loro botteghe ed esportano i loro manufatti in tutto il mondo. Tra i più apprezzati ricordiamo: Alfredo Correnti, Francesco Cosio, Ludovico Greco e Sergio Tranfo. L’arte orafa messinese, una punta di diamante della storia messinese.

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