IL CELEBRE SILVIO VALENTI GONZAGA E LA SUA PARENTESI MESSINESE

Per più di trent’anni, dal 1724 al 1756 fu Archimandrita del SS. Salvatore di Messina Silvio Valenti Gonzaga. L’eminente prelato di origine mantovana diventerà un riferimento importante per la cultura e la politica della Roma di metà Settecento.

Il 1 marzo 1690 nacque a Mantova dal marchese ed ambasciatore Carlo Valenti Gonzaga e da Barbara Andreassi che gli permisero una prestigiosa preparazione con lo studio anche del greco, del latino e del francese. A vent’anni si laureò in Diritto Civile e Diritto Canonico presso l’Università di Ferrara. Trasferitosi a Roma frequentò gli ambienti culturali romani, stringendo amicizia con il medico Antonio Leprotti, futuro archiatra di Clemente XII e Benedetto XIV.

Ben presto si inserì nella corte pontificia con la nomina a Cameriere Segreto con l’incarico di Clemente XI di portare a Vienna la berretta al cardinale Michele Federico d’Althan. Nella capitale asburgica rimase alcuni mesi per partecipare ai negoziati per la restituzione allo Stato Pontificio di Comacchio. In seguito, si occupò di risolvere alcune divergenze fra Casa Savoia e la Santa Sede.

Nel 1724 giunse l’importante nomina ad Archimandrita Commendatario del Monastero di San Salvatore di Messina. Diversi anni dopo la nomina alla prestigiosa istituzione messinese fu ordinato sacerdote proprio in occasione della festività della Madonna della Lettera del 3 giugno 1731. Non mancarono altri importanti incarichi che lo porteranno lontano da Messina: Arcivescovo titolare di Nicea, Nunzio apostolico per le Fiandre e poi in Spagna. Nel dicembre del 1738 papa Clemente XII lo elevò al rango di cardinale. Mentre nel 1740 papa Benedetto XIV lo nominò Segretario di Stato, incarico che mantenne fino alla morte. Altri incarichi furono quelli di Camerlengo di Santa Romana Chiesa e Prefetto della Sacra Congregazione de Propaganda Fide.

Per sei anni si stabilì a Messina riportando agli antichi splendori l’Archimandritato.

Dei suoi trentadue anni di mandato archimandritale materialmente soggiornò a Messina stabilmente solo nei primi sei anni. In riva allo Stretto trovò finalmente un accordo con l’Arcivescovo di Messina in cui si riconosceva l’autonomia giurisdizionale dell’Archimandritato, elevato da papa Urbano VIII al rango di abbazia nullius. Inoltre, risolse una lunga controversia sulla riscossione delle rendite dei territori assoggettati.

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Un aspetto molto importante sarà la rinascita presso l’Archimandritato di una scuola di studi umanistici che nei secoli passati era stata fiorentissima. Basti pensare nel XV secolo a Costantino Lascaris ed a Pietro Bembo. Con il Valenti Gonzaga si rilanciò il ruolo culturale di questo antico monastero. Tanti vennero alla sua scuola per studiare il greco o il diritto direttamente dalla bocca dello stesso Archimandrita. Tra gli allievi di questo periodo si ricordano i celebri: Giovanni di Giovanni di Taormina, Francesco Testa di Nicosia e Giovanni Tracuzzi di Mandanici.

Ma la parentesi messinese dell’archimandrita mantovano durò poco perché alla morte di papa Benedetto XIII, nel febbraio del 1730, dovette far ritorno a Roma. Silvio Valenti Gonzaga mantenne il titolo archimandritale fino alla morte e diede sempre da Roma una particolare attenzione per la città di Messina, come in occasione dell’epidemia di peste del 1743.

Tra le grandi passioni del prelato ci fu l’arte, essendo tra l’altro anche un raffinato collezionista. Grazie al suo interessamento creò a Roma la Pinacoteca Capitolina, acquisendo la collezione dei fratelli Marcello e Giulio Sacchetti e la collezione Pio di Savoia. Celebri i suoi ritratti realizzati dal pittore francese Pierre Subleyras e, insieme a Benedetto XIV, a firma di Giovanni Paolo Pannini. Quest’ultimo artista ha voluto ritrarlo anche con la sua ampia e celebre quadreria collocata nella famosa villa a Porta Pia, oggi villa Bonaparte. La sua dimora derivava dell’antica villa Cicciaporci, accanto alla quale fece edificare una nuova palazzina decorata in stile cinese, oltre a contenere un giardino di piante, un’importante raccolta di strumenti scientifici e una biblioteca che alla sua morte contava oltre 40.000 opuscoli raccolti in 1473 volumi.

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La galleria del cardinale dipinta nel 1749 da Giovanni Paolo Pannini, Wadsworth Atheneum

Grande mecenate, a Roma si occupava di arte, scienza ed antichità.

Il cardinale conservava anche una collezione di disegni e stampe e la ricchissima pinacoteca che contava oltre 800 opere di maestri del Rinascimento italiano. Tra questi: Tiziano, Veronese, Tintoretto, Raffaello, Carracci e Mantegna. Non mancavano dipinti di scuola fiamminga, come: Rembrandt, Van Dyck, Van Wittel, spagnola e francese.

I suoi interessi anche in ambito scientifico è evidente anche nella decisione innovativa di affidare le valutazioni statiche per il restauro della cupola di San Pietro a un ingegnere come Giovanni Poleni e a scienziati di formazione fisico-matematica e impostazione newtoniana come il gesuita Ruggero Giuseppe Boscovich e i padri minimi Thomas Le Seur e François Jacquier.

Nello stesso anno fonderà il Giornale de’ letterati che forniva recensioni e notizie letterarie e accademiche. Promosse inoltre la riapertura della scuola di disegno dell’Accademia di San Luca. Favorì i restauri di chiese e con un provvedimento del 1748 tutelò gli archivi. In particolare, il suo apporto più noto alla difesa del patrimonio culturale e artistico fu la Proibizione della estrazione delle statue di marmo, o metallo, pitture, antichità e simili, emanata il 5 gennaio 1750.

Morì a soli sessantasei anni, il 28 agosto 1756, a Viterbo ma la sua tomba è custodita a Roma, nella chiesa dei Francescani Riformati di San Bonaventura. Il suo patrimonio finanziario era stato in gran parte assorbito dalle spese per la villa e la quadreria, che furono vendute dai nipoti, il marchese Carlo e il futuro cardinale Luigi, mentre la biblioteca confluì in quella del secondo, che la lasciò ai padri gesuiti, e si conserva ora alla Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele II di Roma.

Chissà quante cose avrebbe fatto a Messina se Roma non lo avesse richiamato. Rimane l’onore di aver ospitato un personaggio di tale levatura che non dimenticò mai la Città dello Stretto.

Marco Grassi

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