Siciliana di Catania, Manuela Ventura ama incarnare donne che cambiano. E ama anche cambiare il tipo di donna da interpretare. In questi giorni la vediamo su Rai1 in Lea Un nuovo giorno dove, in effetti, dà vita ad un personaggio diverso dal solito, sicuramente lontana dalla Teresa di Questo nostro amore per la quale nel 2013 ha ricevuto il Premio Ciak Sicilia. Stavolta è un’infermiera di nome Favilla che lavora nel reparto pediatrico dell’ospedale di Ferrara dove la serie, diretta da Isabella Leoni, è ambientata, assieme alla protagonista interpretata da Anna Valle. La nostra intervista a Manuela Ventura comincia da qui.
Manuela, chi è Favilla?
Attenendoci all’etimologia di questo nome, Favilla è una scintilla, un micro frammento che si scatena e che scatena le reazioni degli altri, una donna dal carattere sicuramente non facile, brusco, in alcuni momenti fastidioso. In qualche modo ha una funzione di rottura rispetto al clima iniziale di grande entusiasmo e gioia che si crea in ospedale al ritorno di Lea Castelli, protagonista di questa grande storia, interpretata da Anna Valle. Le sue colleghe sono tutte felici, lei invece si mette un po’ di traverso, non ammette dei fuori programma, men che meno che sia Lea Castelli a determinare il suo sabato libero oppure no, e da qui parte già un rapporto di contrasto con Lea. Che peraltro non è l’unica a ricevere le frecciatine di questa donnina che si aggira tra le corsie dell’ospedale spargendo pepe.
Favilla sembra prendersela soprattutto con la povera tirocinante Michela interpretata da Rausi Giangaré …
Sì, le lancia delle frasi spietate, non le permette di sgarrare, ma solo perché non sa cosa c’è dietro la vita personale di questa ragazza. Lei va dritta come un treno e schiaccia tutto malamente come a volte fa un trattore, e provoca. Per fortuna nel gruppo c’è Rosa, la caposala interpretata da Daniela Morozzi, che fa da argine e riesce a contenerla. Nei suoi confronti Favilla abbassa un po’ la testa. Comunque il gruppo è molto frizzante….
Però Favilla ti è simpatica, dì la verità…
Sì, e per tanti motivi. Intanto perché è un ruolo che mi ha permesso di cambiare registro rispetto alle ultime apparizioni televisive, e per il lavoro di un’attrice è bellissimo trasformarsi e provare dei nuovi personaggi. E poi perché, nonostante si collochi tra quelli antipatici, in fondo nel suo corredo genetico caratteriale Favilla è dotata di una grande dose di ironia che io le ho donato e che lei ha poi mantenuto in vita per me, e questo le permette di risultare anche simpatica, con le sue battute che a volte chiudono le scene e lasciano un sorriso in chi la guarda. E poi ha una piccola vena di follia che vedremo ancora di più nelle puntate successive. Quando è a contatto con i piccoli pazienti, ad esempio, si permette anche di giocare, è scanzonata, non è una cattiva. Capiamo invece che sotto questa resistenza c’è comunque una tenerezza che verrà fuori, e in fondo ci sono anche delle fragilità che lei stessa mette a disposizione, soprattutto quando si trova con i bambini e le bambine. Mi sono innamorata di Favilla anche perché è un ruolo minore, ma sin dalla lettura della sceneggiatura con la regista, si è subito aperta la possibilità di uno spazio di improvvisazione che rende tutto più vitale.
Lea Un Nuovo giorno è un serie leggera, ma con temi importanti sotto, come la rinascita femminile
Questo sguardo al femminile è sicuramente uno degli aspetti più importanti sul quale abbiamo lavorato, senza neanche sottolinearlo troppo. Basta tracciare le linee della storia, avere come protagonista una donna e questo gruppo di infermiere tutte diverse tra loro, e si comincia con il piede giusto. E una regista donna aiuta. In questa serie c’è l’amore e c’è il tema del lavoro, più precisamente quello della donna nel luogo di lavoro, e della donna che sceglie il lavoro anche come motivo di rinascita. In questo ultimo periodo che abbiamo vissuto, in termini lavorativi sono state penalizzate soprattutto le donne, quindi aprire e focalizzarci sul mondo lavorativo al femminile è importante. Così come parlare dei tanti aspetti sui quali punta la serie, come quello di una difficile accettazione nel tema dell’adozione e della sua rinuncia, della gravidanza non portata a termine, del non poter più avere figli, tante cose che hanno a che fare con la sfera femminile, e condivise in maniera positiva o negativa dal relativo compagno.
C’è anche un omaggio alle infermiere che, assieme ai medici, sono state, e sono tuttora, i veri eroi di questa pandemia
Ricordo che quando leggevamo la sceneggiatura di Lea Un nuovo giorno c’era il Festival di Sanremo 2021 e una sera fu invitata una giovane infermiera. Scese le scale, era elegante, bellissima, ma in modo semplice, e prese la parola dicendo delle cose chiare, dirette, parlando del proprio ruolo e delle sue colleghe. E quel suo volto che in quel momento appariva disteso e truccato, era lo stesso di quella fotografia diventata virale in cui appariva consunto, stanco, segnato dalla mascherina e simbolicamente da tutto quello che è accaduto. Io telefonai subito a Isabella Leoni dicendole: ‘vedi, noi parliamo anche di lei, con quella semplicità con la quale lei è arrivata sul grandissimo palco di Sanremo’. E infatti così è stato. Le infermiere che raccontiamo sono semplici. Certo, riescono a risolvere tanti problemi. Ma lo vogliamo dire che a volte c’è una prevalenza di capacità risolutiva nelle donne che fanno squadra? Lea Un nuovo giorno lo racconta in scena, ma anche dietro le quinte. Si è creata una compagnia che ha lavorato molto bene insieme, anche se con alcune di noi ci vedevamo per la prima volta.
Non era però il caso di Anna Valle con cui avevi già lavorato in Questo nostro amore, sempre diretta da Isabella Leoni. E anche la tua Teresa Strano era una donna che ha preso in mano la sua vita grazie al suo lavoro, ha imparato a cambiare, ad essere più indipendente e ha messo in riga anche il marito…
Teresa in questo senso è emblematica. Ha attraversato le epoche che la serie ha raccontato crescendo in una maniera incredibile. Merito di una scrittura e di una sceneggiatura che hanno proprio inteso raccontare questo progresso nella figura di una donna che negli anni Settanta veniva dall’entroterra siciliana, e arrivava a Torino dopo un lungo viaggio per ricongiungersi con il marito e la sua famiglia numerosa. Lei con il suo vestito lungo fino ai piedi e i capelli con la riga nel mezzo, dentro la valigia portava con sé una grande intelligenza, capacità, curiosità e voglia di imparare. Una donna come ce ne sono tante, io ho come esempi le mie nonne e mia madre, donne che non si sono mai fermate, nonostante l’essere nate in luoghi dove maggiori erano le difficoltà. Come loro, Teresa ha compreso che, pur volendo mantenere solidi i suoi valori, primi tra tutti quello della famiglia, poteva rivendicare la propria autonomia e che poteva farlo attraverso il suo lavoro, perché era brava, e le era stata riconosciuta una capacità. Con tenacia lo ha rivendicato, pur rischiando momenti contrastanti con il marito e con i figli che come esempio maschile avevano soltanto il padre, ma piano piano tutti questi semi hanno permesso all’intera famiglia di maturare un cambiamento, e questo è il bello. Non è soltanto una rivendicazione personale, tra l’altro agita da Teresa non battendo con i pugni sul tavolo ma nella sua modalità, e cioè con discrezione ma con determinazione. Sono cambiamenti che poi non riguardano soltanto l’indipendenza personale, ma coinvolgono e incidono su quei tasselli di progresso culturale che poi si potrebbero espandere a macchia d’olio alla società. Man mano che si mettono in atto tanti cambiamenti, arriverà – speriamo – nella società, un modo diverso di guardarci tutti, e ognuno di noi potrà credere nei sogni e nelle passioni, e nel tenere fede ai propri diritti.
A proposito di passioni, tu ami smisuratamente il teatro e hai ripreso, immagino con grande gioia, la tournée delle Baccanti di Euripide tornando a recitare davanti a un pubblico…
Il teatro finalmente, con non poche difficoltà, ha riaperto il sipario e non è una cosa scontata per noi che torniamo sul palcoscenico e incontriamo di nuovo il pubblico, è quasi una sorpresa, come una nuova prima volta. Anche perché la dinamica con il pubblico è particolare, date le condizioni del momento fa una scelta nella scelta e questo si sente, arriva. Certo, è un pubblico che non vediamo, mascherato…
Sul palcoscenico sei Dioniso, un dio ambiguo, androgino, e sei ancora diretta da una donna…
Sì, lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Catania, è diretto da Laura Sicignano che ha anche ritradotto e riadattato il testo, assieme ad Alessandra Vannucchi. Conserva la materia tragica e poetica dell’autore, ma attraverso un linguaggio più concreto, che arriva con un’immediatezza diversa allo spettatore. E le Baccanti, gruppo numeroso di femmine folli seguaci di questa divinità, sono ridotte a tre attrici: in scena siamo in totale 9 tra attori e attrici, più un musicista che suona dal vivo. E io, come hai detto, interpreto Dioniso, divinità che ha una connotazione maschile ma che già nelle descrizioni del mito è multiforme per eccellenza: è bambino e fanciulla insieme, pesce e toro, si trasforma continuamente, e questo è stato uno dei motivi per cui la regista ha scelto me, e quindi una donna, per interpretarlo, anche se non è una novità assoluta. Ma questo permette anche di portare sul terreno del confronto e dello scontro i due concetti di potenza da un lato, e di potere dall’altro. Il potere, rappresentato dal re Penteo (Aldo Ottobrino) inteso nella sua rigidità, nel suo aspetto più dittatoriale, nel senso che ‘qui comando io e non prevedo cambiamenti’. E poi arriva una ventata furiosa della potenza in qualche modo femminile di Dioniso e delle sue Baccanti, che rovescia totalmente l’ordine delle cose. Lo spettacolo è ambientato all’interno della Reggia di Penteo, ci sono pareti alte e robuste, ma già aggredite da muffe, infiltrazioni, crepe e buchi da cui cominciano ad apparire visioni di fantasmi. Questa forza dionisiaca, facendo il raffronto con il periodo che abbiamo vissuto, è una sorta di epidemia divina che non puoi fermare. Ed è come se volesse dire all’uomo: ‘guarda, vedi che cosa c’è veramente, non è quella la realtà della tua Reggia, c’è qualcos’altro che arriva da fuori e che ti sprofonda‘. E così avviene, perché in realtà Penteo forse dentro di sé quel desiderio di conoscere l’altrove ce l’ha, ma relegato nel suo ruolo non voleva vederlo. Quindi, spinto in maniera brutale e devastante da Dioniso, il re andrà sul monte Citerone e verrà sbranato dalla madre. Ma è come dire che andare in profondità, anche in maniera dolorosa, a volte è l’unico modo per conoscere veramente la profondità che c’è dentro di noi e sperare in un cambiamento. Per cui la tragedia è tragedia e finisce tragicamente, ma la prospettiva è quella di una rigenerazione, e di solito è la forza vitale femminile che produce questa nuova volontà.
E tutto torna….
Sì, ed è bello quando tutto torna e poi si scompone di nuovo, è una giostra…
A proposito di tornare, dopo aver vissuto tanto a Roma, sei tornata alla tua Catania e alla tua Sicilia: che rapporto hai con la tua meravigliosa terra?
Sono tornata per vari motivi. Certo c’è il legame, quel sentirsi parte di un luogo, cercare una qualità della vita diversa da quella delle grandi metropoli, siamo forse sempre alla ricerca. La Sicilia è le mie radici, intendo proprio il mio rapporto con l’aspetto più naturale e selvaggio della vita. Sono cresciuta esplorando quei luoghi con la tenda e lo zaino in spalla, terra e sabbia, isola e vulcano, boschi e mare. È luogo di partenze e ritorni. Mi incanta e mi fa arrabbiare. Se la guardo a distanza è la grande isola del sole, come diceva Omero, un microcontinente, è un punto del mondo da cui aprire lo sguardo, tre le sue punte che indicano varietà di orizzonti, è luogo senza confini, senso di libertà e mistero. Ma, il ma e il però ci sono, purtroppo sì, questa potenzialità appare spesso come esclusione, ostacolo, e si rischia di farla inaridire. La feracità della Sicilia sarebbe una grande risorsa per tutti.
Patrizia Simonetti
Foto da Ufficio Stampa















