QUALITÀ DELLA VITA E DISPARITÀ DI GENERE: È ANCORA DIVARIO NORD SUD

Siamo giunti a conclusione di un anno, ancora una volta non facile, tra speranze e voglia di lasciarsi tutto alle spalle, ma che ha messo in evidenza il tema delle disuguaglianze tra nord e sud. Qualche riflessione in tema di pari opportunità?

Vorrei partire da una nuova classifica del Sole 24 ore che, qualche settimana fa, ha fotografato in maniera impietosa la disparità tra nord e sud, anche per la qualità della vita delle donne, incoronando Treviso come la provincia italiana migliore e Caltanissetta, la peggiore.

L’indagine del Sole 24 per la prima volta ha scorporato i dati in ottica di genere, creando un indice a sé stante che mette in luce le disuguaglianze geografiche territoriali nella parità di genere, tema al centro delle politiche di rilancio del sistema paese.

Quali sono gli indicatori relativi al mondo femminile, presi in considerazione?

La classifica è definita dalla media dei punteggi conseguiti in 12 indicatori dalle diverse sfaccettature: speranza di vita alla nascita, tasso di occupazione delle donne e occupazione giovanile, gap occupazionale di genere, tasso di mancata partecipazione al lavoro, gap retributivo tra uomini e donne, numero di imprese femminili, amministratori donne, sia nelle imprese sia nei Comuni, violenze sessuali, performance nello sport, prestazioni olimpiche.

In testa Treviso che vince per speranza di vita alla nascita e dove concretamente si adottano politiche di reinserimento lavorativo delle donne, ex aequo con Perugia, seguita da Cagliari.

Qualità della vita delle donne che cresce al centro nord e in cui le ultime trenta posizioni sono occupate da territori del sud con Caltanissetta ultima 107ma. Per trovare la prima città siciliana bisogna arrivare all’81ma posizione, Trapani, seguita da Ragusa (85ma), dopo Palermo (86ma), Catania (87ma), Enna (88ma), Messina (89ma), poi Siracusa (96ma) e Agrigento (99ma).

Quali sono gli indicatori che penalizzano il Sud?

Riguardano l’occupazione e la retribuzione femminile. A Caltanissetta la media delle donne occupate supera di poco 22 su 100, con un gap rispetto al tasso di occupazione maschile del 38,6%; a Siracusa la retribuzione media annua delle donne lavoratrici dipendenti è del 45% inferiore alla media maschile, probabilmente per la maggiore incidenza di contratti part time magari accettati per poter accudire i figli o i genitori anziani. Ciò è legato al fatto che al Sud non ci sono sufficienti infrastrutture come asili nido e scuole con la formula del tempo pieno.

Quindi benessere per le donne del centro nord e malessere per quelle del sud?

Ci mostra un paese diviso in due, in cui il sud fatica e dove la Sicilia rappresenta un luogo di forte disagio occupazionale.

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Se il tasso di occupazione femminile in Sicilia e nella nostra provincia è la metà di quello delle regioni del centro nord significa che siamo destinate ad essere povere non solo come persone, ma anche come tessuto economico e produttivo.

Complessivamente per la donna siciliana, il lavoro resta una cosa per poche, anzi pochissime, un gap probabilmente non solo strutturale ma anche culturale, per cui necessario è fotografare la realtà, per evidenziare le criticità, definire strategie e politiche pubbliche per un vero rilancio.

Anche il virus ha contribuito ad allargare il divario di genere?

Nel post pandemia si è ulteriormente allargato il divario tra uomini e donne. Un recente report dell’Inapp (Istituto Nazionale delle politiche pubbliche) ha evidenziato che nel primo semestre 2021 su 3,32 milioni di nuovi contratti attivati oltre 2 milioni riguardano gli uomini e come se non bastasse, le tipologie e le modalità di impiego femminile sono quelle meno retribuite con contratti precari, discontinui e part time involontario.

Anche in questo caso vi è un paese a due velocità, perché mentre le attivazioni femminili superano il 46% in Val d’Aosta e Trentino e il 42% in Piemonte, Veneto, Toscana, Emilia Romagna, Marche, appena il 30% dei nuovi contratti è in Campania, Basilicata e Sicilia. Non solo: in Sicilia la quota del part time per le donne si avvicina al 75%, quindi già sono poche le donne che lavorano e lo fanno con orario ridotto.

Come superare le disuguaglianze di genere e geografiche per una reale la parità?

Questa deve essere una priorità ed una leva fondamentale per ripartire. Non a caso alcune delle misure previste nel Piano di ripresa e resilienza prevedono al sud, il potenziamento dei servizi per l’infanzia per aiutare i genitori a conciliare attività lavorativa e impegni familiari, visto che ancora oggi una donna su tre è costretta a rinunciare al lavoro dopo la nascita del primo figlio. Sicuramente serve anche una maggiore condivisione del lavoro di cura con gli uomini, perché il carico di lavoro sulle donne non è più sostenibile ed è un elemento necessario anche per superare le disparità tra uomini e donne.

Anche la strategia nazionale 2021-2026 presentata dalla Ministra Bonetti per le pari opportunità e la famiglia, individua 5 priorità: lavoro, reddito, competenze, tempo e potere, in cui vengono definiti gli interventi anche trasversali da adottare e i relativi indicatori che misurano la disparità attuale e il target cui ambire. L’obiettivo è aumentare di 5 punti, entro il 2026 il gap di genere attraverso gli investimenti: 7 miliardi del PNRR tra sostegni al lavoro, all’imprenditoria femminile, agli asili nido. Proprio questi ultimi sono considerati tra le prestazioni essenziali da garantire sul territorio, grazie anche alla Ministra per il Sud Mara Carfagna. Il Mezzogiorno infatti beneficerà in maniera particolare dell’obiettivo imposto dal PNRR, garantire un posto al nido al 33% ai bambini entro il 2027.

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Sicuramente noi donne scontiamo il fatto di trovarci spesso a dover gestire una doppia presenza tra ambito lavorativo e familiare, ma altrettanto spesso le organizzazioni, indipendentemente dalle peculiarità individuali, tendono a preferire gli uomini nei ruoli di responsabilità.

In campo lavorativo gli uomini occupano posizioni più elevate delle donne e meno di un terzo dei manager è donna e comunque a parità di inquadramento guadagnano meno di un uomo, circa il 23%. Mentre una minore differenza si riscontra nei lavori impiegatizi e del commercio e servizi.

Quindi un mondo del lavoro continua a premiare gli uomini, anche se le donne hanno in proporzione un grado di istruzione più alto, persistono le disparità e se poi ci sono figli è maggiore il divario di occupazione femminile e maschile.

Situazione questa che si ripercuote non solo nella vita attiva ma anche da pensionate le donne sono destinate ad essere più povere e quindi più fragili proprio nell’età più delicata. Infatti, per dare qualche dato, la pensione media di un uomo nell’anno 2019 in provincia di Messina nel settore privato per un uomo è stata pari 855 euro, per una donna 563 euro. Se poi passiamo al settore pubblico per un uomo l’importo medio è di 2.258 euro, per una donna 1.694 euro: il 40% in meno. (Fonte Direzione provinciale INPS).

Naturalmente queste dinamiche non possono riguardare solo le donne né può essere considerato un tema separato, ma trasversale e deve diventare una sfida da affrontare tutti insieme. Per questo ci vogliono politiche pubbliche efficaci per incentivare il lavoro delle donne, soprattutto al Sud perché chi nasce al Sud deve avere le stesse opportunità e diritti di cittadinanza di chi nasce in Emilia Romagna o a Treviso.

Ci vuole un cambio di passo, perché una donna che non può scegliere di lavorare non è una donna libera e perché la risorsa donna è un valore – il valore della differenza – che può contribuire a costruire con impegno, passione e determinazione un futuro migliore a vantaggio di tutti, nel rispetto delle reciproche diversità: altrimenti è come se una squadra di calcio, giocasse solo con la metà dei suoi giocatori, lasciando gli altri in panchina.

Il mio augurio per il 2022 è che le donne non restino più in panchina, ma giochino questa partita da protagoniste.

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