SEI MIA E SOLO MIA: COSA SCATTA NELLA MENTE DI CHI USA VIOLENZA SULLE DONNE

Pochi giorni fa è stata celebrata la  Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, fissata il 25 novembre in ricordo di un episodio avvenuto nella Repubblica Dominicana proprio il 25 novembre del 1960, quando alcuni agenti del Servizio di informazione rapirono, stuprarono e infine massacrarono le sorelle Mirabal.

Sono passati più di 60 anni da allora e di cambiamenti storici negli ultimi cento anni ce ne sono stati. La parità di diritti, il diritto di voto, l’istruzione, l’indipendenza economica, il movimento femminista, i ruoli di potere ricoperti da (ancora purtroppo troppo poche) donne, l’istituzione del ministero delle pari opportunità, le quote rosa, ci hanno, di fatto, conferito piena dignità civile, alla pari di quella maschile, ma tanto c’è ancora da fare per arrivare alla reale parità di genere.

Certamente questi cambiamenti di ruolo non sono sempre del tutto accettati dagli uomini che sentono di aver perso terreno. E questo, in alcune circostanze e in alcune personalità, può far scattare il desiderio di sopraffazione nei riguardi di quello che veniva, fino a non troppo tempo fa, definito il “sesso debole”.

Troppo spesso la cronaca racconta notizie drammatiche di donne uccise da uomini che sono i loro compagni, i padri dei loro figli, uomini con cui hanno condiviso sogni e speranze.

Ha positivamente colpito, la notizia di un figlio, assolto dopo aver ucciso il padre violento per difendere la madre, perché “il fatto non costituisce reato”. Sentenza che è arrivata proprio il 24 novembre e che rappresenta una svolta probabilmente epocale.

Cosa scatta nella mente degli uomini che usano violenza contro le donne?

Nella maggior parte dei casi  si tratta di uomini che vivono con la propria donna un rapporto simbiotico, che non riescono a considerare la donna come una persona separata da loro, ma la trattano piuttosto come una loro estensione o proprietà.

La loro compagna non può prendere decisioni in modo autonomo, tantomeno decidere di lasciarli. Se nella vita della donna subentra poi un altro uomo, questo non è considerato e temuto in quanto rivale, l’altro serve solo ad evidenziare l’inaffidabilità della donna (mamma con cui aveva un rapporto diadico).

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L’uomo regredisce ad un livello infantile, di grande fragilità e dipendenza. Scatta il bisogno di controllare la propria donna e questo spesso fa scattare reazioni violente. L’espressione della supremazia fisica serve a rassicurarlo circa la propria superiorità rispetto alla propria compagna da cui dipende fortemente.

Spesso si tratta di uomini intellettualmente elevati, forti e determinati sul piano concreto della vita, realizzati sul piano professionale,  ma estremamente fragili, uomini che non sono riusciti ad accedere ad una emotività adulta, basata sull’integrazione di affetti e pulsioni, sulla accettazione della propria non-onnipotenza, sul riconoscimento dell’altro come soggetto a se stante.

Per poter accedere ad una emotività adulta bisogna rinunciare all’illusione degli ideali narcisistici, primitivi e irraggiungibili, e accedere ad una dimensione in cui lo scambio e la condivisione del piacere sono desiderati, permessi e non temuti.

Spesso si tratta di uomini che a loro volta sono stati vittime di padri violenti o che hanno nella loro storia di vita traumi precoci, che si trasformano da vittime in carnefici, attraverso quel meccanismo di difesa che in psicoanalisi è definito “identificazione con l’aggressore”. Si trasformano cioè da minacciati in minaccianti, fanno soffrire per non soffrire.

La violenza psicologica

Violenza fisica, certo, che è quella che colpisce di più, ma anche violenza psicologica.  Relazione violenta non è, infatti, solo quella in cui l’uomo aggredisce fisicamente la donna. La violenza psicologica, anzi è più subdola, si basa su “consigli” che suonano più come ricatti, che servono a sottomettere la donna.

Facendola sentire inferiore, l’uomo la  potrà controllare, manipolare in modo da evitare un abbandono reale o immaginato. Tenderà ad isolarla  facendole credere che lo fa perché vuole passare tutto il tempo con lei. In realtà è solo un modo per intrappolarla, rendendola dipendente e sola. Questa è una violenza basata sulla dissimulazione perché, almeno all’inizio, può essere scambiata per un atteggiamento premuroso e amorevole.

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Per le donne vittime di violenza non è mai semplice decidere di denunciare il proprio uomo per le motivazioni/scuse più svariate. Ma se la violenza fisica è più evidente e con il giusto supporto la donna più facilmente riesce a prenderne consapevolezza e a chiedere aiuto, la violenza psicologica è più difficile da capire sia per la donna che ne è vittima sia per le persone che le stanno intorno.

Non dimentichiamo mai che un uomo violento è comunque sempre pericoloso e a volte anche la violenza psicologica, quella allusa, minacciata o annunciata in modo collaterale, insinuante e con toni melliflui, potrebbe preludere allo scoppio della violenza franca.

Di certo parlarne e sensibilizzare sempre più le coscienze sia delle donne che degli uomini è importante. Troppo spesso questi uomini violenti fanno passare i loro comportamenti patologici per normali, per atti d’amore, minimizzando l’aspetto aggressivo, il che rende tutto estremamente pericoloso.

Ricordiamoci che il primo vero passo verso la libertà è il riconoscimento della violenza, sia da parte della vittima che del carnefice.

A te che mi dicevi “ma tu dove vuoi andare che non conosci il mondo

E ti puoi fare solo male ancora hai troppe cose da imparare

Devi solamente stare zitta e ringraziare”

Parlando mi dicevi tutto questo e molto altro

Guardandomi ogni volta dall’alto verso il basso

Perché non pensavi che avrei avuto un giorno il coraggio

E invece pensa nessuna conseguenza

Di te so stare senza

Non sei necessario alla mia sopravvivenza

E invece pensa, io non mi sono persa

Di quel che è stato non resta

Nessuna conseguenza

“Nessuna conseguenza” Fiorella Mannoia

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