L’AFFONDAMENTO DEL TRAGHETTO SCILLA: UNA TRAGEDIA DIMENTICATA

In Italia gli effetti nefasti della Prima guerra mondiale non si sono avuti solo al confine austriaco ma anche nello Stretto di Messina. Durante la Grande Guerra sommergibili tedeschi, i famosi U-Boot, erano presenti nelle acque dell’Atlantico e del Mediterraneo per colpire navi militari ma anche commerciali e passeggeri. Vari gli episodi avvenuti nello Stretto tra cui addirittura l’affondamento dello Scilla, la prima nave traghetto ferroviaria insieme alla Cariddi.

Questa pagina di storia è stata ampiamente censurata per non scoraggiare la popolazione italiana del tempo, ma ancora oggi è pressoché ignorata. Di questa tragedia però rimangono alcuni ricordi personali che mantengono vivo questo triste episodio. Era il 28 agosto del 1917 quando la nave traghetto Scilla partì alle 18.15 dal porto di Reggio Calabria per raggiungere Messina. La nave risaliva al 1896 ed era caratterizzata dalla tipica propulsione di due grandi ruote esterne. Il traghetto era comandato dal capitano di lungo corso il messinese Giovanni Fazio. Aveva a bordo l’equipaggio completo con l’aggiunta di dieci militari addetti alla difesa. I passeggeri erano circa trenta. Molti militari siciliani di ritorno dal fronte di guerra ed anche semplici civili. A bordo anche dei vagoni ferroviari per il loro proseguimento verso la Sicilia.

Durante la navigazione il traghetto fu colpito da una mina lanciata da un sommergibile.

Quando la nave fu a largo della spiaggia calabrese di Marinella, tra Gallico e Catona, una mina lanciata dal sommergibile tedesco UC-38 comandato da Hans Hermann Wendlandt la colpì. Lo scoppio provocò un grande squarcio allo scavo e comportò in pochi minuti l’affondamento del traghetto per il peso dei carri ferroviari.

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Il boato fu avvertito dalla vicina riviera calabrese. In poco tempo una immensa folla accorse terrorizzata sulla spiaggia ed i vicini forti umbertini di Matiniti Inferiore ed Arghillà iniziarono a sparare vari colpi di cannone. Subito i pescatori di Catona intervennero con le proprie barche per andare a portare soccorso ai naufraghi con il rischio di essere anch’essi risucchiati dal grande vortice prodotto dalla nave che affondava.

Il traghetto da allora giace ancora sul fondo del mare, a centocinquanta metri di profondità, muto testimone di questa tragedia che provocò un numero ancora imprecisato di vittime.

L’equipaggio del sommergibile tedesco

Dopo più di cento anni non esiste un elenco definitivo delle vittime.

Si sconosce l’elenco definitivo, molti i dispersi, le vittime si dovrebbero attestare tra i diciassette e i trentaquattro. Di loro si conoscono solo i nomi delle vittime dell’equipaggio, composto perlopiù da messinesi, come riporta il sito internet Pietri Grande Guerra. In questo elenco compare il nome del comandante Giovanni Fazio, il sottocapo Antonino Napoli, il fuochista Giovanni Bertuccio. E poi i marinai Giacomo Ernendes, Rosario Giannetto e Gaetano Laganà, il carbonaro Vincenzo Romano e il cannoniere Giuseppe Salvo. A ricordo di questa tragedia l’allora parroco di Gallico Marina, don Francesco Morabito, fece realizzare una statua dell’Addolorata per la chiesa di Santa Maria di Portosalvo. La statua è utilizzata ancora oggi per la processione del Venerdì Santo.

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Particolare della statua dell’Addolorata

Ancora oggi è viva la memoria di questa tragedia grazie a ricordi familiari.

Di questa tragedia rimangono alcune testimonianze come quella del palermitano Christian Pancaro, conosciuto cultore storia siciliana, che in quell’affondamento perse i bisnonni Francesco Armetta e Antonia Carciola. I coniugi palermitani facevano ritorno da Taranto dove avevano fatto visita al figlio. Persero poi la vita in questo affondamento ed i loro corpi rimasero dispersi.

La signora Vincenzina Di Stefano

Racconto interessante anche quello del messinese Nicola Grassi che testimonia, grazie a ricordi familiari, come proprio sullo Scilla doveva imbarcarsi la nonna Vincenzina Di Stefano di ritorno da Montecatini. La donna non riuscì a salire a bordo perché portava con sé un piccolo cane. Quel cucciolo salvò la vita alla Di Stefano che poté poi imbarcarsi solo in una nave successiva. Arrivò finalmente a Messina ove i familiari la davano ormai per dispersa.

L’affondamento dello Scilla dovrebbe essere ricordato per dare memoria a quelle vittime innocenti che nelle acque dello Stretto di Messina persero la vita per una lontana, ma vicina, guerra.

Marco Grassi.

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