IL “MIO” PONTE DI FERRO E’ ANDATO A FUOCO: IERI SONO ANDATA A TROVARLO

Sono passati due giorni e ancora non me ne faccio una ragione. Com’è potuto accadere? Come può essere andato in fiamme un “ponte di ferro”? Insomma, ferro e fuoco… Ecco, di questo vi racconto oggi: del “mio” Ponte di Ferro semidistrutto da un incendio nella notte tra sabato e domenica. E del perché non sono riuscita ad andare subito a vedere come fosse ridotto, ma ho avuto bisogno di ventiquattro ore per smaltire il magone prima di recarmi sul posto dove, inevitabilmente, il magone mi è salito di nuovo in gola. Ma veniamo ai fatti.

L’incendio di sabato notte: il ponte regge

Erano circa le 23 di sabato sera quando in casa è saltata la corrente. Era già successo qualche volta, ma l’altra notte la cosa durava un po’ troppo. Così ho chiamato la società di erogazione di energia elettrica e una voce registrata mi rassicurava che sì, in effetti c’era un danno nella zona, ma che sarebbe stato al più presto riparato. La luce è tornata dopo mezz’ora e immediatamente ho saputo dell’incendio del ponte che aveva provocato una sorta di blackout a macchia di leopardo nei quartieri vicini. 

Per fortuna la struttura ha tenuto: “in parte è deformata dal calore, ma è salva e recuperabile – rassicura nelle varie interviste il comandante dei vigili del Fuoco Francesco Notaro – anche se ci vorranno dei mesi per sistemare tutto”. Allora lunedì mi decido e vado a vedere. Arrivo all’imbocco su Piazza della Radio, poi faccio il giro largo per vederlo in lunghezza e di profilo dalla Riva Ostiense, l’immagine è comunque inquietante: la struttura è annerita dal fuoco, tralicci e cavi penzolano fin dentro l’acqua del Tevere, un pezzo di ponte sul lato sinistro è caduto, come vedete dalle foto, ma è “solo” uno spezzone di passerella pedonale che conteneva cavi elettici e del gas e fasci di fibra ottica. Certo, per un po’ di tempo per andare da Ostiense a Trastevere e a Marconi si dovrà optare per Ponte Testaccio e non mancheranno problemi al traffico. Ma il Ponte di Ferro, il “mio” Ponte di Ferro è ancora in piedi. E io tiro un sospiro di sollievo.

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Vi racconto del “mio” ponte di ferro

Ma perché lo chiamo il “mio” Ponte di Ferro? Perché per tutta la mia infanzia e la mia adolescenza ho abitato a Piazza della Radio – ci sono proprio nata in realtà – che basta svoltare a destra e a 400 metri c’è il ponte. Che per tutti noi, ragazze e ragazzi del quartiere, è sempre stato un punto di riferimento quando avevamo “bisogno” di un posto vicino casa, ma fuori dalla vista dei genitori. Era lì, per esempio, che mi davo appuntamento per andare a scuola in motorino salendo dietro a qualche amico fortunato che lo aveva già, ma di nascosto dai miei che non volevano. E quando lo attraversavo su una vespa o un caballero, allargavo le braccia, mi godevo l’aria fredda del mattino sulla faccia e guardando il fiume mi sentivo felice. E qualche anno dopo era sempre “al Ponte di Ferro” che ci si vedeva per andare a ballare, all’Alpheus per esempio, locale storico del Porto Fluviale. E all’alba era sullo stesso ponte che con gli amici passeggiavamo scarichi e stanchi, magari sedendoci a chiacchierare per un po’ prima di tornare a casa. Sono ricordi indelebili che nessun fuoco potrà mai cancellare.

Tra cinema e storia

A Roma, lo avrete notato, non lo chiamiamo mai Ponte dell’Industria, ma è quello il suo nome originale perché fa parte del gruppo di strutture “industriali”, assieme all’ex Gazometro, per noi romani altro monumento metallico di grande valore iconico e affettivo, eretto nel 1935. Ex Ponte San Paolo, il Ponte di Ferro fu costruito in Inghilterra da una ditta belga incaricata dallo Stato Pontificio di portarne poi i pezzi a Roma e montarli insieme, come si fa con il Lego. E così fu fatto, esattamente nel 1863, per collegare la ferrovia da Civitavecchia a Roma Termini. Nulla di artistico quindi, solo una passerella di ferro e di ghisa montata su piloni, anche quelli di ghisa ma riempiti di calcestruzzo, il tutto lungo 130 metri e largo poco più di 7. All’epoca si apriva nel mezzo, con un meccanismo simile a quello di un ponte levatoio, per far passare i barconi che percorrevano il Tevere. All’inaugurazione, dopo mesi di collaudo, Papa Pio IX e il Cardinal De Mérode. Poi nel 1911, quando tutto era cambiato, Roma era Capitale, il traffico ferroviario molto più intenso, la stazione Trastevere spostata all’incrocio con la Circonvallazione Gianicolense, la ferrovia passò sul nuovo Ponte San Paolo costruito in muratura poco più a sud, e il Ponte di Ferro fu adattato al passaggio delle auto e dei passanti. Fu allora che venne provvisto delle classiche arcate.

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Il Ponte di Ferro è stato anche teatro di scene diversi film: da La banda degli onesti con Totò e Peppino nel 1956 – è da lì che Totò sta per gettare in acqua una valigia con dentro il kit del falsario – al poliziottesco di Marino Girolami del 1975 Roma violenta con Maurizio Merli. Ed è anche luogo di memoria di un eccidio compiuto dalle SS nel 1944: dieci donne, accusate di aver assaltato un forno che riforniva i tedeschi di farina e pane, furono messe in fila lungo il ponte e fucilate. Dal 1997 le ricorda una stele in pietra e bronzo all’entrata del ponte, su via del Porto Fluviale.

Il Ponte di Ferro per Roma e i romani è un pezzo di storia e un pezzo di cuore. E allora ci arrabbieremo di certo quando ci ritroveremo nel traffico, tra code e clackson suonanti, privati di uno sbocco fondamentale per guadare il fiume, ma ne sapremo aspettare la guarigione. E quando avverrà, lo ripercorrerò subito in moto, godendomi l’aria sulla faccia e sentendomi felice guardando il fiume.

 

Patrizia Simonetti

Ph Angelo Costanzo

 

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