IL CANDITO E L’AMORE MI HANNO GUARITO DALLA LUDOPATIA

“Solo col tempo capisci che sei dentro un tunnel. La ludopatia è una malattia subdola, pensi di sapere gestire il gioco e invece non ti accorgi  che stai precipitando in un burrone. Io ci ho messo degli anni per capire che avevo imboccato una strada senza ritorno, ma grazie alla mia forza di volontà, alla mia famiglia ed all’amore di Belkis ho ripreso in mano la mia vita ed oggi sono un uomo nuovo.

Non ha alcun imbarazzo Nino Modica, 54 anni, messinese a raccontare il suo incubo dentro la ludopatia, non si nasconde, anzi ci mette la faccia. “Lo faccio per gli altri, vorrei che la mia storia fosse utile a chi vuole venirne fuori ed alle loro famiglie e non sanno come fare”.

Com’è cominciato il dramma.

Per Nino giocare e giocare di tutto era naturale, prima 5, 10, 20 euro in schedine, lotto, gratta e vinci e poi somme sempre più ingenti e soprattutto, sempre, incessantemente. Giocava, vinceva e rigiocava, ancora e ancora una volta, perché il “gioco” anzi la malattia era proprio quella: giocare all’infinito. “Avevo una vera e propria dipendenza dal gioco, finivo di lavorare ed il mio pensiero era uno solo andare a giocare. Sono arrivato a  non andare più a lavorare, giocavo e basta, per tutto il giorno il mio unico pensiero era: come mi procuro i soldi per giocare”

La ludopatia come l’alcool e la droga.

“Ero dipendente in tutto e per tutto dal gioco, mi ero escluso dal mondo intero, avevo sempre bisogno di soldi per giocare. Mentivo a tutti, alla mia famiglia, alle persone care, mentivo perfino a me stesso. Il ludopatico sviluppa un meccanismo nel cervello che gli permette di mentire in maniera inverosimile, io stesso ero arrivato a pensare che ciò che dicevo fosse vero.”

Dall’incubo, all’ammissione del problema, alla rinascita.

Un giorno di qualche anno fa Nino Modica vagava per la città. Cercava disperatamente soldi per giocare, non sapeva come fare, in qualche momento aveva pensato anche al suicidio. Aveva toccato il fondo, quello della disperazione più grande. “Sono tornato a casa e sono crollato, ho detto tutto a mia sorella, alla mia ragazza, alla mia famiglia, mi sono sentito finalmente liberato. A questo punto dovevo capire cosa fare, volevo guarire, non volevo giocare più, un mio zio mi ha prospettato l’idea di andare in comunità a  San Patrignano, ho fatto dei colloqui e mi hanno preso e sono stato mandato a Botticella, diretta dipendenza di San Patrignano da lì è cominciata la mia rinascita.”

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L’ingresso della comunità Botticella di San Patrignano.

Non è stato facile il cammino di Nino Modica in comunità. 24 ore su 24 era sorvegliato a vista da uno dei tutori, doveva chiedere il permesso per ogni cosa, anche per andare in bagno. Con lui c’erano persone con problemi di alcool e droga, la “dipendenza”, il meccanismo dell’ossessione è uguale per tutti. Le sue giornate erano fatte di duro lavoro e dopo di parole, di confronti con le persone che in modo diverso avevano vissuto il dramma della “dipendenza”.

Intanto a Messina nessuno sapeva più dove fosse Nino, aveva fatto dire di essere andato via per lavoro. Per nove mesi non ha potuto parlare con i suoi familiari, non aveva più il suo telefono, non poteva guardare internet. Per tenersi in contatto con i suoi affetti poteva scrivere delle lettere e tante ne riceveva, soprattutto da Belkis, la sua ragazza, per tenersi aggiornato poteva guardare un tg e distrarsi con qualche film la sera. “Del resto quando ti alzi alle sei del mattino la sera crolli, ti addormenti subito. E’ stata durissima -ha aggiunto- se non soffri non cambi, io l’ho capito dopo. I primi cinque mesi ho pianto ogni giorno”.

Qui ti azzerano, ti fanno buttare fuori tutto quello che hai dentro ed è lì che inizia il cambiamento e ritrovi la tua vita e la tua dignità. Ho trovato  persino la forza di parlare, di non vergognarmi a dire che ero in comunità,  penso che mio padre dal cielo sia orgoglioso di me, ho fatto soffrire molto anche mia madre, le ho dato troppi dispiaceri. Non capiva perché fossi inquieto, diverse volte le ho preso dei soldi, mamma tranquilla, poi li rimetto, ma non li ho restituiti mai. Quando finalmente ho rivisto mia madre  è stato il giorno più bello della mia vita.”

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Nino solo dopo nove mesi ha potuto rivedere la sua famiglia e dopo circa un anno per qualche giorno è tornato a casa seguito come un ombra da un responsabile. Negli ultimi mesi si era rotto il tendine d’Achille. Coraggiosamente con gesso e stampelle è voluto restare in comunità, operarsi, e completare il suo percorso.

Un momento di confronto all’interno della comunità.

Intanto, un po’ per caso era nato DON, il candito siciliano.

 In comunità è stato inserito nel reparto canditi e si è appassionato a questa prelibatezza, che lui diabetico può solo guardare. “Il candito ha cambiato la mia vita, per me significa vita, cambiamento, rinascita.”

A Rometta Nino Modica ha aperto DON un laboratorio per la produzione dei canditi. Ha creato dei prodotti che sono un vero orgoglio per la Sicilia. Canditi classici, canditi con il cioccolato ed una deliziosa purea a base di canditi limone, arancia e mandarini ideale sia nel dolce che nel salato. Da buon siciliano ha creato un prodotto a chilometro zero, tutto naturale. Entro tre anni vuole creare il candito più buono del mondo ed allo stesso tempo vuole seguire i ragazzi in difficoltà, vuole essere il loro “candito”, quella scialuppa di salvataggio che ti porta riva quando la nave sta per affogare.

I canditi ed i prodotti DON creati da Nino Modica.

E dulcis in fundo l’amore.

Belkis non mi ha mai abbandonato, mi ha dato la forza per tornare a credere in me,  viviamo insieme da quattro anni e ci vogliamo sposare Sapere che a casa ti aspetta qualcuno ti da forza e più parlo di lei e più mi sento forte.”

Nino Modica, oggi si occupa di ragazzi in difficoltà e mette a disposizione i suoi contatti per chi ne avesse bisogno:  3485831259 / email : ninomodica060167@gmail.com

Gli Amici di San Patrignano in aiuto dei ragazzi di Catania con problemi di droga

 

 

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