INTERVISTA A MARIA GRAZIA CUCINOTTA, MAMMA DISPERATA IN ‘SACRIFICIO DISUMANO’

Attrice, produttrice, messinese DOC, Maria Grazia Cucinotta è la protagonista di Sacrificio disumano, un mini-film diretto da Pier Francesco Campanella che tocca il tema molto delicato quanto inquietante dei bambini scomparsi. Sarà in concorso al Festival Tulipani di Seta Nera al via il 3 giugno ed è già visibile qui. Maria Grazia Cucinotta è appena tornata da una trasferta di due mesi in Cina per realizzare un documentario, e in attesa di ritrovarla madrina della decima edizione di MareFestival Salina – Premio Nazionale Massimo Troisi – rassegna cinematografica che si terrà dall’1 al 4 luglio sull’isola delle Eolie dove nel 1994 girò con Massimo Troisi Il Postino, film cui deve il grande successo – la raggiungo sul set di un altro progetto dello stesso Campanella per una lunga chiacchierata sul mini-film, sul suo impegno sociale contro la violenza di genere, sulla Cina che ha debellato il Covid e naturalmente sulla sua Sicilia. Ma cominciamo dall’inizio.

Il corto sui bambini scomparsi

In Sacrificio disumano si racconta una storia su un bambino scomparso, come ti sei avvicinata a questo tema purtroppo così attuale?

L’argomento in realtà mi faceva un po’ paura perché si parla di bambini rapiti da sette sataniche che li offrono come sacrifici, un tema che ho trovato davvero allucinante soprattutto perché ci sono molte storie vere come questa che vedono bimbi sequestrati per pura follia. Quindi all’inizio ci ho pensato un po’, poi ho realizzato che io lotto tutti i giorni contro la violenza di genere e che anche quella sui bambini fa parte della violenza di genere, di conseguenza ho accettato di farlo. Poi con Pierfrancesco Campanella mi trovo bene, è una persona molto aperta, alcuni dialoghi li costruiamo insieme sul set. Ed è un regista molto attento ma non invadente, ti lascia libertà di trovare la tua chiave e poi, se non va bene eventualmente ti corregge, altrimenti si va avanti.

Interpreti molto intensamente Mara, una madre disperata perché da un anno non ha più notizie del suo bambino. Anche tu sei madre, come credi si senta nel suo groviglio di sentimenti?

Lei si ritrova una vita svuotata, perché un figlio rappresenta la tua vita. Poi la follia di non avere più nessun tipo di notizia del bambino, di vivere nella speranza di ritrovarlo e aver al tempo stesso la coscienza di capire che non tornerà mai più… Ci sono in lei questi stati di up e down in cui viene rimbalzata tra differenti emozioni cercando di trovare un senso della vita che non ha più, e si accanisce nel trovare il responsabile della scomparsa del figlio, anche per provare a salvare altre vite.

Come vediamo nel film, anche in casi come questi spesso sono coinvolte persone molto vicine alle vittime…

Sì, la maggior parte delle volte sono amici di famiglia, parenti, compagni, persone apparentemente normali con lavori rispettabili, perfette, insospettabili, ma in realtà nascondono un’anima malefica. Nel caso di Mara, è lei stessa a scoprire che si tratta di una serie di personaggi legati al suo nuovo compagno, entrati a far parte della sua vita in un momento di particolare fragilità. Perché loro sono così, si approfittano delle persone fragili, buone, entrano nelle loro vite e se ne appropriano…

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L’impegno con la Onlus Vite senza paura

Come accade spesso con le donne delle quali ti occupi con la tua Onlus Vite senza paura, diventata anche un libro, che hai fondato due anni fa…

Esatto. Insieme alle mie associate combattiamo la violenza di genere a 360 gradi, e le donne sono certo quelle più vulnerabili. Non perché siano il sesso debole, ma perché sono quelle che si innamorano e si annullano al cento per cento per l’altro. Esistono tanti tipi di violenza oltre a quella fisica, come la violenza psicologica che ti svuota piano piano fino a farti diventare un burattino nelle mani dell’uomo di cui ti sei innamorata. Noi cerchiamo di essere una spalla, la forza che in quel momento la donna che subisce violenza non ha, perché è quasi lobotomizzata dalla paura, e ha il terrore anche solo di pensare. Così cerchiamo di essere i loro occhi che vedono una realtà che loro non vedono, soprattutto quando accettano la violenza per amore oppure si autoaccusano: molte donne che vengono picchiate trovano una scusa, si convincono di essere loro quelle sbagliate, anche perché è difficile pensare di essere così stupide da accettare tutta quella violenza, allora credono di essere più forti perché sono loro a provocarla.

Cosa dovrebbero fare invece?

Devono cercare sicurezza, rivolgersi all’associazione giusta, alla polizia, andarsene subito di casa, essere seguite legalmente. Ed è quello che facciamo noi di Vite senza paura, offrendo alle donne la forza, ma anche l’assistenza legale e psicologica grazie alle nostre grandi professioniste, come la psicologa e psicoterapeutica Francesca Malatacca che non so come faccia ad ascoltarle tutte… ma la cosa bella è che quando ne vengono fuori e si riappropriano della loro vita, diventano delle leonesse, non le ferma più nessuno e ci aiutano anche. Come una nostra associata che ha subito violenza e oggi è una delle donne più accanite e forti. Perché se l’hai subita quella violenza, la riconosci subito e sai come aiutare un’altra donna che ne è vittima.

La Sicilia

Te ne sei andata dalla Sicilia e dalla tua Messina che avevi diciotto anni, cosa ti manca di più della tua terra?

Sì, è passato un bel po’ di tempo, anche se ogni volta che ritorno ritrovo sempre me stessa, subito. È un guscio che lasci lì ad aspettarti, poi arrivi e ci entri dentro perfettamente. Della Sicilia mi manca la Sicilia, cioè tutto, mi manca la mamma, mia sorella grande, i miei nipoti, svegliarmi la mattina con la gente che ha quel sapore, quei colori e quei suoni che fanno parte del mio DNA. Mi manca la colazione tutti insieme la mattina, prendermi il rustico con l’aperitivo, che è come cenare perché da noi ci sono dei rustici talmente grandi che ci fai pranzo, cena e dopocena. E ora che siamo quasi in estate mi manca tanto la granita con la panna!

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L’esperienza in Cina

Sei appena tornata dalla Cina dove il Covid sembrerebbe sconfitto, ci racconti la tua esperienza?

Sì, in Cina il Covid l’hanno eliminato totalmente perché i controlli sono molto rigidi. Quando sono arrivata lì ho fatto 21 giorni di quarantena chiusa in una camera d’albergo dove mi hanno portato loro, dove venivano a controllarmi due volte al giorno la temperatura, e una volta a settimana facevo il test sierologico e il tampone molecolare. Ti scaricano una app sul telefonino che diventa il tuo libretto sanitario, il tuo lasciapassare, la tua identità, e che viene aggiornata via via che fai altri controlli. Solo al quarto tampone negativo ti rilasciano il codice verde che ti permette di entrare nei posti pubblici, senza non entri da nessuna parte. Ottenuto quello, ho girato tutta la Cina in sette città diverse, fino alle montagne e al deserto, e ti devo dire che non solo hanno sconfitto il Covid, ma anche la povertà.

Hai potuto fare un confronto nel tempo quindi?

Certo, io lavoro in Cina da sedici anni e ho visto ciò che gli occhi non possono raccontare a livello di rapidità di cambiamenti. Nel deserto dove ero andata sei anni prima e dove c’era la zona più povera, sono stata felice di constatare che ad oggi tutti hanno una casa e un lavoro. Hanno costruito scuole e strade, autostrade e aeroporti, hanno reso vivibili e accessibili posti prima inarrivabili, hanno piantato milioni di alberi per ridare alla natura quello che le avevano tolto. Hanno costretto praticamente le regioni più ricche ad aiutare quelle più povere. E le donne sono considerate al pari degli uomini e hanno il loro potere. Hanno imparato dai loro sbagli e lo hanno fatto molto bene. Io che sono una grande sognatrice, vedere che con la volontà di cambiare e rispettando le regole e le persone qualcosa si può fare, mi dà la forza di continuare a lottare.

Nuovi progetti

Finito di girare questo nuovo cortometraggio, che progetti hai?

Ho deciso di prendermi un po’ di tempo perché ho bisogno di dedicarmi alla famiglia. Poi c’è il teatro che ripartirà, per cui riprenderemo le prove, ho altri due progetti che inizieranno tra settembre e ottobre, quindi voglio qualche settimana di libertà e per tornare a fare la mamma e la moglie.

Patrizia Simonetti

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