TI CERCO, DOVE SEI? IL GRUPPO FACEBOOK CHE “TROVA” GLI AFFETTI PERDUTI

Si chiama “Ti cerco, dove sei?” ed è una community Facebook che raccoglie più di 3mila membri. Qualcuno cerca i genitori, altri i figli o i fratelli, altri ancora quell’amore o amicizia d’infanzia con i quali spesso si perdono i contatti. Un “Chi l’ha visto” virtuale, che dimostra il lato bello della rete, quello che può aiutare una persona a trovare la felicità persa.

Abbiamo voluto scoprire la storia che sta sotto questo gruppo Facebook e ce l’ha raccontata la sua amministratrice Mira Babachkova, una donna di origini bulgare, che ha passato parte della sua vita in Italia.

Quando è nato il gruppo e come ti è venuta l’idea?

“Ti cerco, dove sei?” è nato nel 2017. Da tanti anni cercavo mio fratello scomparso. Mia mamma mi raccontava che nacque e dopo 40 giorni in ospedale morì di broncopolmonite, però cercando abbiamo trovato l’atto di nascita e non quello di morte. Quando l’ho scoperto ho iniziato a bussare alle porte di tutte le istituzioni possibili in Bulgaria, ma nessuno ha saputo aiutarmi. Con la legge sulla privacy non si possono fare ricerche approfondite.

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Stavo malissimo. Una mattina tornavo dal lavoro, all’epoca facevo i turni in un ristorante. Quel giorno, pensandoci, ho deciso di creare questo gruppo, perché volevo dare una mano a chi come me cerca qualcuno di caro.

Immaginavi di raccogliere così tante adesioni?

Onestamente non pensavo di superare i 500 partecipanti, poi pian piano sono iniziate ad arrivare sempre più richieste. Sapevo che in tanti come me erano impegnati nella ricerca dei loro cari, ma non pensavo che il mio gruppo potesse suscitare tanta speranza e riuscire così bene nel suo intento. Vista la riuscita ho creato un gruppo anche per gli utenti bulgari.

Conosci nel dettaglio qualche storia?

Abbiamo avuto tanti risultati, qualcuno racconta le loro storie a lieto fine nel gruppo. Hanno trovato mamme, figli persi. E’ nel gruppo bulgaro che, però, ho scoperto la storia più toccante.

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Una ragazza che proveniva da una famiglia agiata (il nonno lavorava in un Ministero) rimase incinta. I suoi genitori e il nonno avevano programmato di farla partorire in un ospedale scelto da loro, avvisandone il Dirigente che il bambino sarebbe dovuto andare immediatamente in adozione, appena nato.

Quando arrivò il momento del parto la portarono in un altro ospedale della stessa città, lei partorì, registrarono il bambino e spostarono lei in un’altra stanza sola con un’altra donna.

Le presero il bambino e le dissero che sarebbe andato in buone mani. Lei cercò di ribellarsi, ma le ostetriche le spiegarono dell’adozione. Successivamente la madre e il nonno la costrinsero a firmare l’adozione. Oggi lei ancora cerca il suo bambino e lotta anche legalmente per trovarlo.

Questa storia mi ha commossa e spero che presto possa avere un lieto fine.

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