IL CARNEVALE MESSINESE DALLA A ALLA Z

Marco Grassi

Non sembra, ma siamo all’ultima domenica di Carnevale, che quest’anno sta passando totalmente inosservato a causa delle limitazioni di questa grave epidemia che stiamo vivendo. Certo negli ultimi anni a Messina sembra che il Carnevale non sia un momento molto sentito, ma se guardiamo al lontano passato, ma anche a quello recente, vediamo che anche questa particolare festa era molto sentita in una città un tempo ricca, potente e cosmopolita.

Peppe Nappa.

Basterebbe solo pensare che Messina, come le più importanti città d’Italia, aveva una propria maschera utilizzata dalla Commedia dell’Arte. La nostra maschera è Peppe Nappa il cui nome deriva dal diminutivo di Giuseppe e la nappa, in gergo siciliano la toppa dei pantaloni che contraddistingue la povertà del personaggio. Il suo abito è azzurro con una casacca, con grandi bottoni, e pantaloni ampi. In testa un cappello di feltro bianco o azzurro su una calotta bianca e delle scarpe bianche con fibbia.

Il nostro Peppe Nappa è un servo fannullone che ubbidiva a modo suo ai comandi del padrone e per questo quando veniva scoperto subiva le conseguenze dei suoi atteggiamenti. Caratteristica peculiare della maschera messinese è la golosità derivante forse proprio dalle prelibatezze della sua città natale che vanta anche un tipico dolce per il Carnevale.

La pignolata.

Mentre ovunque dominano le chiacchere, a Messina i tipici biscotti carnascialeschi devono dare spazio alla Pignolata, un dolce che è diventato uno dei simboli gastronomici della Città dello Stretto. Il tipico dolce messinese consiste in una montagnetta di gnocchetti fritti, consistenti all’esterno ma dal cuore abbastanza friabile, che viene cosparsa per metà con una glassa al cioccolato e per l’altra metà con una glassa al limone. Risalente al periodo spagnolo, è una nobile variante messinese dei similari dolci al miele presenti in tutto il meridione d’Italia ma con nomi differenti come gli Struffoli napoletani, la Cicerchiata abruzzese o la Pignoccata palermitana.

Le tradizioni del Carnevale a Messina.

Il Carnevale a Messina era per tutti, dai ceti più popolari a quelli più nobili. Per le strade della città si potevano vedere i cantori a ciuri di pipi, così chiamati perché il loro abbigliamento ricordava i fiori del peperoncino, indossavano infatti una camicia bianca stretta alla cintura, pantaloni ugualmente bianchi e un berretto, chiamato meusa, dello stesso colore da cui pendevano lunghi nastri rossi. I cantori erano accompagnati da un suonatore di chitarra e intonavano per strada ai loro clienti versi improvvisati di lode o irriverenti e di scherno chiedendo alla fine dell’esibizione un’offerta. Nei quartieri popolari poi il Martedì Grasso, a sancire la fine del Carnevale, si improvvisava una pantomima funebre ove si piangeva la sua morte con tanto di corteo e falò finale che segnava l’inizio del periodo penitenziale della Quaresima.

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I carri allegorici di Messina.

Altro aspetto del Carnevale peloritano di un tempo erano i carri allegorici, una tradizione così vetusta che poteva vantarsi come la più antica di Sicilia, battendo per anzianità gli apparati carnascialeschi di Sciacca ed Acireale. Questi allestimenti festivi venivano preparati fin dal XVII secolo su dei grandi carri, chiamati carrimatti, a trazione animale che venivano utilizzati solitamente per il trasporto di merce pesante. Per l’occasione questi antichi mezzi di locomozione venivano addobbati con figure statiche ma anche con personaggi viventi, trasformando il carro in una sorta di palcoscenico ambulante. Questi carri venivano preparati in gran parte nei villaggi della zona sud, lungo l’antica via del Dromo, e raggiungevano facilmente il centro storico attraverso l’antica via Consolare Valeria. Il casale che primeggiava in questa arte era quello di Contesse e dopo la sfilata a Messina rientravano in tarda serata con l’uso di bruciare gli apparati carnascialeschi e concludere così la festa.

Gli anni ’50 e ’80.

Un rilancio dei carri allegorici messinesi avvenne negli anni cinquanta con imponenti sfilate di maschere e macchine festive realizzate in cartapesta e fiori come testimonia una ricca documentazione fotografica ed anche cinematografica grazie a servizi cinematografici a livello nazionale della Settimana Incom. Ultima apparizione di grandiosi carri allegorici avvenne solo alla fine degli anni ottanta ad opera del Comune di Messina su iniziativa di Lillo Alessandro ma questa antica tradizione ormai si è persa e solo negli ultimi anni si è cercato di rilanciare delle sfilate carnascialesche ma ancora di basso profilo.

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Mentre il popolo si sfogava per le strade e le piazze, il ceto nobile messinese soprattutto tra il XVII e il XVIII secolo trascorreva le serate di carnevale presso le loro sfarzose dimore con appositi ricevimenti oppure presso le accademie della Città come quella della Stella, dei Pericolanti o della Fucina, ma anche al teatro La Munizione.

Don Pippo Romeo.

Simbolo di questo Carnevale ricco ed opulente fu per tanti anni un personaggio che passò alla storia per i suoi appositi componenti. Si tratta di don Pippo Romeo che ad ogni carnevale componeva le sue Cicalate, una sorta di canto alla ciuri di pipi in chiave colta e aristocratica. Questi componimenti poetici a sfondo satirico prendevano di mira i notabili ed esponenti del potere cittadino, ricevendo consensi ed apprezzamenti. La lingua usata da Pippo Romeo risulta ancora oggi abbastanza moderna e piacevole all’ascolto ed alla lettura. Queste famose Cicalate furono raccolte e più volte pubblicate sia a Napoli che a Messina. La figura di don Pippo Romeo va sicuramente recuperata, poeta satirico messinese, giurista e letterato. Apprezzato anche a Napoli ove la monarchia borbonica lo insignì di diverse onorificenze ed incarichi per i suoi meriti letterari e per la sua attività di promozione dell’arte teatrale. A Messina ogni anno non poteva finire il Carnevale senza che al teatro La Munizione Pippo Romeo non recitasse una sua nuova Cicalata. Don Pippo Romeo, dopo essere stato più volte anche senatore e console del mare di Messina, morì nella sua città il 31 dicembre 1805.

Concludiamo questo veloce viaggio nel Carnevale Messinese di ieri e di oggi proprio con una Cicalata di don Pippo Romeo:

 

Per conservar l’umano fragil vivere,

ne’ suoi consigli la natura accorta

il sonno e il cibo volle a noi prescrivere.

Di nostra vita questi son la scorta,

vanno uniti d’accordo oltre l’usato,

e l’amicizia a mundi initio este orta.

Molti famosi cigni han cicalato

ed hanno solo in magistrevol dire

ogni cibo usque ad sidera esaltato.

Stimaron altri i loro carmi offrire

al porco, al cacio, alla salsiccia, all’ovo,

ma nessuno lodar stimò il dormire.

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