COME RICONOSCERE I SEGNALI DEL PERICOLO SUL WEB

Blue Whale, Blackout challenge, Fainting game o Choking game (provocare volontariamente uno svenimento attraverso l’iperventilazione), Tide Pod challenge (ingoiare una capsula di detergente per lavastoviglie), Eyeballing (gettarsi la vodka negli occhi), Bird Box challenge (guidare un’auto ad occhi chiusi).

Sono alcune delle cosiddette challenge diffuse sulla rete, accomunate da un solo obiettivo: indurre gli adolescenti a spingersi fino a sfidare la morte.

Notizia degli ultimi giorni è che il Blackout Challenge, una pratica di soffocamento autoindotto, avrebbe portato alla morte Antonella, una bambina palermitana di 10 anni, pratica che nei mesi scorsi aveva quasi portato alla stessa fine un ragazzo della provincia di Roma, ma anche probabilmente al suicidio di un quattordicenne di Milano.

Lo scopo è quello di provare l’“ebbrezza” di quando si rimane senza ossigeno a 7.000 metri di altitudine, oppure di quando si sta per morire. L’ultimo passo è riuscire a perdere i sensi per poi rinvenire (se si riesce), il tutto davanti ad una webcam che riprende in diretta la prodezza.

Purtroppo tante sono le morte di bambini-adolescenti rimasti intrappolati nella rete di un gioco-non gioco.

Negli scorsi anni molto scalpore destò il diffondersi del fenomeno della Blue Whale challenge, che consisteva in 50 sfide di intensità sempre crescente, da atti di autolesionismo fino alla morte, da effettuare in 50 giorni. Il tutto magistralmente manovrato da un “curatore” che guidava i ragazzi rendendoli sempre più vulnerabili.

Questi personaggi vengono citati sui principali social media e in particolare su quelli più utilizzati dai giovanissimi, come Tik Tok, Instagram, You Tube, ma i più piccoli poterebbero essere contattati sulle consolle da loro utilizzate connesse con Internet.

Non sappiamo chi si nasconde dall’altra parte della rete. Per lo più sono degli adescatori che manipolano la mente dei ragazzini, facendo leva sulla loro fragilità e vulnerabilità, ma anche sulla loro curiosità.

Le vittime sono bambini o adolescenti molto giovani, che non hanno gli strumenti mentali per poter riconoscere di trovarsi davanti ad un burattinaio che muove dei fili in modo pericoloso.

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Il suicidio non è conseguenza di un agito, di un “raptus”, ma rappresenta la fine di un percorso accidentato, di un gioco perverso.

Spesso si partecipa a queste sfide per trasgressione, per accrescere un’autostima ancora molto fragile e in costruzione, per dimostrare di essere forti, in una società che ci vuole tutti performanti e competitivi, in cui ci viene chiesto di superare sempre più i nostri limiti.

Purtroppo spesso è difficile riuscire a trovare una correlazione tra i suicidi e queste challenge che si diffondono nel cosiddetto “Deep Web”, in cui l’anonimato regna sovrano.

I ragazzini possono essere adescati con la promessa di ricariche telefoniche oppure buoni da spendere su internet, ma anche purtroppo, a volte, con minacce nei confronti dei familiari.

Ma il più delle volte la vera trappola è la convinzione che il superamento di tali sfide porta a meritare di entrare a far parte di un gruppo, oppure un modo per “sballarsi” provando il brivido di un’emozione forte, una sorta di surrogato di una sostanza stupefacente.

Sappiamo che la società si evolve e nella società contemporanea i genitori tendono a soddisfare le richieste dei propri figli ancor prima di essere espresse, con l’intento di metterli al riparo da ogni forma di mancanza e di sofferenza. Tutto questo porta il bambino all’illusione dell’onnipotenza e ad un forte bisogno di essere visto. L’altro serve a ricevere conferme. Ovviamente tutto ciò porta ad un’estrema fragilità, al bisogno di essere riconosciuto dal gruppo, ammirato. Ed è proprio in questo vulnus che può fare breccia la minaccia che proviene dal Deep Web.

Negli ultimi decenni siamo passati da un modello di famiglia di tipo etico-normativo, che si basava sul principio di autorità, volta a trasmettere norme e valori, ad un modello di tipo affettivo, volto a trasmettere affetto e a provvedere alla felicità dei figli, che, però, rischia di non stimolare il desiderio ma di spingere al bisogno di un appagamento immediato, non accettando alcuna forma di frustrazione.

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Cosa devono fare i genitori e come possono accorgersi se i figli sono in pericolo?

 Purtroppo troppo spesso i genitori non conoscono realmente i propri figli, perché si soffermano su aspetti più superficiali e ancor meno conoscono il loro modo di stare nel web.

È fondamentale innanzitutto stare emotivamente vicini ai propri figli, osservare i loro comportamenti e imparare a conoscerli senza giudicarli, ma accettando anche aspetti difficili da accogliere e riconoscere.

La soluzione non è avere l’amicizia col figlio sui social o provare a spiarli attraverso profili falsi. I genitori devono, piuttosto, stare molto attenti ad alcuni segnali lanciati dai ragazzi, come il cambiamento di abitudini, il diventare più solitari e schivi, più ansiosi, sempre attenti al cellulare, il non dormire, il cambiare le abitudini alimentari, lo stare troppo tempo davanti alle serie Tv, il coprirsi in modo eccessivo.

Devono stare altresì attenti a cambiamenti di umore, in particolare ad una maggiore irritabilità, nervosismo, apatia, svogliatezza, facile affaticamento. È raccomandabile prestare particolare attenzione ai discorsi che fanno, alle loro domande, ad eventuali preoccupazione espresse.

È importante, dunque, non sminuire nessun segnale, senza, però, per questo, diventare opprimenti o farsi prendere da inutili allarmismi. Per fare ciò bisognerebbe riuscire a sintonizzarsi col proprio figlio, ascoltarlo senza giudicarlo, aiutarlo a riconoscere il limite e a tollerare la frustrazione che l’impatto con la realtà comporta.

Se poi si ha la il dubbio fondato o la certezza che il figlio è rimasto incastrato nella rete e corre un reale pericolo, deve rivolgersi agli specialisti del settore per fare aiutare il figlio e alla Polizia Postale che è in grado di prendersi carico di queste problematiche.

Maria Trimarchi

 

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