LA LAGUNA DI CAPO PELORO, DOVE IL MITO SI FA STORIA E NATURA

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Tra i luoghi più suggestivi di Messina, dove il mito si fa storia e natura, vi è la laguna di Capo Peloro dove si trovano gli abitati di Ganzirri e Torre Faro. I due borghi marinari si sviluppano in un’area unica nel suo genere in quanto si tratta di una vasta porzione di territorio che la natura ha modellato nel corso dei millenni con la nascita di una serie di laghi costieri a ridosso di capo Peloro.

Questo luogo, per le sue caratteristiche in origine insalubri, rimase disabitato per secoli ad eccezione  di un tempio di epoca classica dedicato a Poseidone, sito al centro della laguna, e la coeva torre del Faro posta nell’estremità, dove si congiunge il mar Tirreno con il mar Jonio.

Sono documentate anche frequentazioni di epoca preistorica che attestano un interesse per questi luoghi dovuto all’estrema vicinanza con la sponda calabra che facilitava fin in antico un possibile attraversamento anche improvvisato. La paura per il mare, portatore di scorrerie di pirati e saraceni, non ha consentito, come in tutto il Mediterraneo, uno sviluppo urbano così la natura ha mantenuto le sue prerogative facendo di questo territorio sosta protetta per gli uccelli migratori ma anche lo sviluppo di specie botaniche ed ittiche.

Gli abitanti dei villaggi montani di Faro Superiore e Curcuraci riuscivano a svolgere le attività di pesca rientrando la sera entro le mura degli antichi casali, lasciando le proprie attrezzatture nelle spiagge dove incominciarono ad installare dei capanni.

A partire dal diciassettesimo secolo queste strutture effimere dei pescatori incominciarono a diventare strutture stabili perché nel mare era stato debellato il pericolo di incursioni e così nasceranno nuovi centri abitati lungo le coste ed anche nell’area lacustre di Capo Peloro. Da questo momento pian piano si creeranno i nuclei di Ganzirri e Torre Faro i cui primi abitanti rafforzarono le loro attività di pesca vivendo stabilmente in questi luoghi ed incominciarono a sviluppare attività ittiche nei laghi.

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Per consentire una maggiore salubrità dei luoghi a partire dalla fine del diciottesimo secolo il governo borbonico incentivò dei lavori di bonifica per eliminare il pericolo del ristagno delle acque. In questo modo fu prosciugata la porzione di territorio tra il lago Grande di Ganzirri e il lago Piccolo di Faro dove esisteva il cosidetto terzo lago di contrada Margi.

Queste bonifiche furono apportate con la realizzazione di canali per il deflusso delle acque stagnanti e l’immissione di acqua pulita dal mare. Il lago di Ganzirri fu collegato così allo Stretto da un canale sotterraneo detto Catuso e da un ampio canale nella estrema porzione nord. Sempre nella parte settentrionale si realizzerà un altro canale che percorrendo tutta la contrada Margi si mette in comunicazione con il più profondo lago di Faro che a sua volta è collegato al mare da ben altri due canali. Quello più corto è detto degli Inglesi e costeggia l’Istituto Marino raggiungendo così il mar Tirreno. Il più lungo invece si dirige verso l’abitato di Torre Faro sfociando a mare proprio accanto alla chiesa della Madonna della Lettera, controllato da un antico fortino che oggi ospita la piazza principale del villaggio detta dell’Angelo.

La bonifica dell’area permise in particolare lo sviluppo nei laghi della molluschicoltura. Per favorire questa particolare attività lo stesso sovrano Ferdinando di Borbone concesse in perpetuo agli abitanti dei due villaggi l’utilizzo di porzioni dei due laghi per consentire l’allevamento di cozze e vongole.

 Altresì i terreni bonificati vennero ampiamente coltivati col tipico vitigno del Faro ed il particolare cocomero. Gli abitanti di Ganzirri e Torre Faro si dividevano così in vari ambiti lavorativi che caratterizzeranno questo territorio: la pesca nello Stretto, la coltivazione dei mitili e l’agricoltura facendo di questa zona una delle più produttive e ricche della riviera. La bellezza dei luoghi sviluppò anche la costruzione di lussuose ville dell’aristocrazia ed alta borghesia messinese come ancora oggi testimonia la villa della famiglia Roberto a Ganzirri. Questa porzione del comune di Messina, nonostante lo stravolgimento edilizio degli ultimi decenni, suscita ancora grande interesse perché coniuga tante importanti risorse che potrebbero essere valorizzate sempre più.

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Uno spazio così bello ed unico è culla anche di tante leggende e tradizioni come il mistero della città di Risa che sarebbe sprofondata nel Lago di Faro ed addirittura nei giorni di Scirocco si sentirebbe suonare una campana. Una leggenda che nasce dal fatto che il lago sia molto profondo e in una piccola porzione siano visibili nel basso fondale dei possibili muri che invece sono l’affioramento di una beachrock. Questa stessa conformazione geologica caratterizza anche la spiaggia verso lo Stretto, tra i villaggi di Torre Faro e Ganzirri, tanto da essere indicata popolarmente come i resti di un antico porto ma invece è solo uno scherzo della natura che fa scambiare questo particolare conglomerato di sabbia e pietre con un’opera di muratura di mano umana.

Incerta è anche la nascita del toponimo Peloro, per alcuni deriverebbe dalla ninfa Pelorias che viveva in questi luoghi e che veniva raffigurata in alcune antiche monete di Messina oppure da Peloro il nocchiero di Annibale che fu ucciso per essere stato accusato di tradimento da parte dello stesso condottiero cartaginese. Peloro aveva fatto passare la flotta che guidava dallo Stretto che in un primo momento sembrava ad Annibale un golfo dove la sua flotta avrebbe avuto una possibile imboscata dai romani e quindi la decisione di uccidere l’innocente nocchiero.

Mito, storia, natura e tradizione che fanno di questa porzione di territorio peloritano una delle più affascinanti dell’intera Sicilia.

Marco Grassi

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