HA VINTO BIDEN PERCHE’ HA COMUNICATO LA SPERANZA

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Ho seguito ora dopo ora le elezioni americane. Seguo la Cnn e sullo smartphone leggo costantemente le agenzie”.

Il professor Francesco Pira, ha scritto parecchio sulla comunicazione politica. Nei suoi libri: “Come dire qualcosa di sinistra”  e la “La net comunicazione politica” (entrambi per i tipi di Franco Angeli) ha scritto tanto sulle elezioni americane prima e dopo l’era Obama. Columnist del quotidiano on line “La Voce di New York”, diretto da Stefano Vaccara, divorato dagli italo-americani è stato negli Stati Uniti osservatore durante la campagna elettorale vinta Bill Clinton. Ma ha conosciuto anche la moglie i figli di Bob Kennedy e il senatore Ted Kennedy. Una passione la sua per gli Stati Uniti. “Mio nonno Francesco, da cui eredito il nome, era emigrato negli Usa per mantenere la famiglia numerosa. Mio papà Gino era il più piccolo. Non l’ho mai conosciuto. Ma ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto abitare e lavorare in America”.

Il Prof. Francesco Pira con Ted Kennedy

 

Sociologo e professore di comunicazione e giornalismo all’Università di Messina gli abbiamo posto alcune domande subito dopo la vittoria di  Biden  anche se Trump non sembra avere molta voglia di uscire dalla casa bianca.

La vittoria di Biden è la prima vera sconfitta del populismo? La gente ha voglia di una politica più moderata?

Bisogna attendere di conoscere la consistenza vera di questa vittoria di Biden. Gli analisti più vicini ai democratici la leggono come una grande vittoria perché unisce la sinistra. Quelli più conservatori ritengono che invece pur vincendo i democratici sono più deboli in tutti gli Stati e che Trump ha fatto una grande rimonta. In campagna elettorale hanno comunicato e presentato due Americhe diverse in tutto e contrapposte in tutto. Persino nella gestione dell’emergenza pandemica. Potrebbe essere un segnale forte per i populisti di tutto il mondo. Quello che c’è da sperare è che in generale sia una sconfitta degli ismi: individualismi, cattivismi, egoismi e razzismi. La vittoria di un candidato, anziché un altro è sempre la vittoria o la sconfitta della sua strategia di comunicazione. La moderazione di Biden potrebbe aver convinto gli americani a cercare un nuovo Comandante in Capo meno arrogante di Trump e più capace di dialogare con l’Europa. 

Quanto ha influito il Covid nella sconfitta di Trump?

Non credo che il virus abbia attaccato la solida macchina elettorale di Trump. Tutti all’inizio hanno pensato che il candidato era troppo cauto e calmo per frenare l’esuberanza e la forza dirompente del Presidente in carica. Invece ha costruito tassello su tassello. Ha fatto scelte sensate. Non ha mai esagerato. E non è stato nemmeno sulla difensiva. Quando si è reso necessario ha usato anche codici linguistici, soprattutto durante i confronti, molto duri. Il Covid è stata una complicazione in più per i candidati. Non gli ha permesso di radunare folle oceaniche o di parlare agli elettori guardandoli in faccia. Ma non ha a mio parere influito sull’esito. I politologi credono che invece il voto postale abbia favorito i democratici perché hanno creduto a Biden ed hanno avuto paura del contagio. Mentre Trump ha fatto il supereroe che sconfigge la pandemia.

Quanto hanno contato nella scelta del cambiamento gli scontri a sfondo razziale (l’uccisione di George Floyd) la  politica che ha profondamente diviso in due e più parti il paese, davvero gli Stati Uniti, hanno davvero  voglia di tornare ad essere uniti?

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Sinceramente inorridisco all’idea che nel 2020 si debba parlare ancora di razzismo, di colore della pelle. Che si debba essere uccisi perché si è neri o ispanici.  Vorrei riportare il pensiero di un Presidente molto amato John Fitzgerald Kennedy: “se non siamo in grado di porre fine alle differenze, alla fine non possiamo aiutare a rendere il mondo sicuro di tollerare le diversità”. Certo l’augurio è che si possa ritornare ad un Paese unito sotto un’unica bandiera a stelle e strisce è auspicabile. Ma l’idea che sui social è diventato virale il video della   consigliera spirituale del presidente americano uscente Trump, Paula White, sostiene di sentire “un suono di vittoria” e che “angeli sono stati mandati dall’Africa proprio adesso” nel “nome di Gesù”, non fa ben sperare in un’America dove in ogni famiglia ci sono più armi che tv a colori. Ma confido che ritorni un clima di pacificazione e il nuovo Presidente Biden dovrà essere l’uomo della svolta. Ha una lunga carriera politica alle spalle e da tutti viene considerato una persona perbene. Sono certo darà il massimo. Anni fa ho conosciuto a Firenze il Senatore Ted Kennedy. Ho impressa una sua frase: “chi persevera, tiene duro, si impegna, ha davvero la possibilità di arrivare alla meta. Certo lungo la rotta si imbatterà nella tempesta e forse la via non sarà breve. Ma se farà tutto quello che potrà e seguirà la bussola giusta, raggiungerà il porto”. Spero che vada così. Biden parte in salita ma può farcela. Gli Stati Uniti hanno bisogno di disintossicarsi.

Il fattore clima. Biden ha già annunciato il ritorno degli Usa agli accordi di Parigi, quanto ha inciso tutto questo.

Ad uno sviluppo sostenibile tutti gli Stati del mondo devono lavorare. Tutti comprendono la necessità per il presente e per il futuro. Anche Papa Francesco si è fatto sentire parecchio. Ed anche il movimento ambientalista di Greta ha scosso il mondo. Non si può aspettare. Assolutamente. Credo che occorra fare ed anche avviare campagne di comunicazione ambientale serie ed efficaci per cambiare i nostri comportamenti. Non possiamo fare del male all’ambiente e a noi stessi. I nostri errori li stiamo già pagando. Dobbiamo scegliere se farli pagare ai nostri figli. I governi democratici negli Usa hanno sempre avuto una grande sensibilità. Sono certo che Biden riprenderà da dove si è fermato Obama.

 La sconfitta di Trump è la sconfitta di quale ’America? L’America ricca, il popolo, gli uomini?

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E’ la sconfitta dell’America arrogante, razzista, litigiosa che usa i social per raccontare una propria verità. E’ la sconfitta dell’America che non sa essere solidale e nasconde dietro un velo di decisionismo scelte molto opportunistiche. Abbiamo bisogno di solidarietà, di un’economia che pensi ai profitti ma anche capace di non rendere i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. In questi anni il giornalismo d’inchiesta negli Stati Uniti ha trovato la forma migliore. E’ cresciuto tanto. Ha indagato, narrato, spiegato. E lo ha fatto sulla carta, in radio, in tv e sulla rete. Anche questa America ha vinto.

La vittoria di Biden è la vittoria di quale America? E’ una vittoria anche delle donne?

E’ la vittoria di chi ci crede.  Mi piace riprendere un concetto espresso da Biden nelle ultime ore: “è  il tempo di dire basta alla rabbia e alla demonizzazione nella politica. La grande maggioranza degli americani che hanno votato vuole che il vetriolo sia messo fuori dalla politica e che il Paese si unisca e guarisca le sue ferite”. Secondo me ha vinto questa America.  Ha vinto chi non vuole smettere di crederci. Una vittoria delle donne?

Credo che molte donne si sentano rappresentate dalla storia e dalla statura di  Kamala Harris, senatrice della California, la prima donna nera e di origini indiane che lo affiancherà nel suo lavoro alla Casa Bianca. L’ha definita una combattente senza paura per i più deboli e uno dei migliori servitori pubblici del Paese. E’ una scelta che premia le donne che ogni giorno lottano, per le donne che sanno essere protagoniste del cambiamento.

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