PERCHE’ VORREI ZAIA NELLA MIA SICILIA E NELLA MIA MESSINA.

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Partiamo dal presupposto che Zaia non è il leghista salviniano, anzi è colui che lo ha ‘sfidato’ con i toni bassi di chi è gerarchicamente ‘inferiore’ all’interno di un partito, ma con la sicurezza dell’ amministratore di avere la maggior parte del popolo veneto dalla sua parte.
Così lo ha schiacciato 1 a 3, perché il risultato della lista Zaia alle regionali ha raccolto 3 volte il consenso della lista del Capitano.

Un risultato storico mai portato a casa prima d’ora da un governatore, che con un plebiscito del 75% è diventato l’uomo dell’anno e i sondaggi del Sole 24 Ore lo confermano come il presidente di regione che tutti gli italiani vorrebbero al timone delle loro istituzioni. E lo vorrei anche io nella mia Sicilia, che ha bisogno sicuramente di un uomo forte, sicuro e con un curriculum da amministratore ineccepibile, ma soprattutto capace di risvegliare l’amore per la propria terra che è il punto forza di questa Regione. Il Veneto è primo nel volontariato in Italia, il Veneto è il motore del Pese a livello economico ed è per questo che rivendica da decenni l’autonomia.


La Sanità del Veneto è tra le migliori d’Italia ed è una materia gestita per l’80% dalle Regioni. Anche in Sicilia, dove esiste lo Statuto Speciale, è così, ma se i siciliani hanno un tumore alla prostata devono andare a Padova per farsi operare dal messinese Francesco Pagano, che dopo essersi laureato in Medicina all’università peloritana, dopo il suo trasferimento a Padova è diventato un luminare di fama internazionale e a 86 anni suonati, rappresenta uno dei fiori all’occhiello del Veneto che lo ha ‘cresciuto e trattenuto’.

Non racconto questo come l’ormai ‘polentona’ che prende le distanze dalle proprie origini, ma come una invidiosa autentica che vive a cavallo tra due regioni bellissime dal punto di vista geografico. Ma se in Veneto convivo con un popolo che ama in modo viscerale le proprie montagne e la straordinaria Venezia, reduce dalle mie vacanze estive non ho potuto non constatare l’assenza di questo amore dei siciliani per la loro altrettanto bella terra. Una Sicilia che sporcano, che deturpano, che dimostrano di non sapere apprezzare non rispettando le regole del vivere civile.

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Stamattina mi sono alzata dal letto e sono corsa a vedere fuori quanto danno avesse fatto il vento di questa notte nella mia casa di Thiene, in provincia di Vicenza. Quello che mi ha colpito è stato vedere le famiglie riverse per strada, intente a spazzare foglie e detriti che si erano accumulati. Quelli che domani all’alba, la ditta incaricata della raccolta dei rifiuti avrebbe spazzato con macchinari industriali. Ho pensato che se fossi stata in Sicilia avrei atteso anche io il passaggio della ditta comunale,  ma letteralmente abbagliata dall’esempio dei miei civili concittadini, ho afferrato la mia scopa per spazzare via tutto lo sporco intorno a casa mia.

Lo ribadisco, sono invidiosa di questo senso civico, quello che da sempre contraddistingue il popolo veneto e che Luca Zaia tiene alto quando menziona quello stesso popolo che lo ha acclamato. Lui   sa parlare alla sua gente come un padre, che ricorda ai figli  chi sono, che devono dare il loro contributo alla società civile senza ricorrere alle minacce di droni o Carabinieri col Kalashnikov.

Durante l’emergenza Covid il governatore Luca Zaia, oltre ad illustrare giornalmente senza trascurare il giorno di Pasqua il bollettino dei morti, particolarmente drammatico nella regione Veneto, non ha mai smesso di rivendicare quel senso civico che non lo ha costretto alla minaccia delle sanzioni. “Dobbiamo fare un sacrificio per poter riaprire al più presto e rimettere in moto la macchina economica”, diceva sempre ai ‘suoi’ veneti ed ha mantenuto la promessa riaprendo per primo, nonostante i numeri, perché è stata la ricca regione del nord-est a riaprire le consegne a domicilio di ristoranti e pizzerie, mentre in tutte le altre regioni non è stata accordata la stessa fiducia per paura del mancato distanziamento fisico nel momento clou dell’emergenza.

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Zaia probabilmente ha vinto per questo. Un linguaggio sempre istituzionale, parla in dialetto veneto solo quando è necessario farsi comprendere da chi per titolo di studio non può capire il termine medico ed è necessario che lo capisca per adeguarsi alle regole, non abbiamo mai sentito Luca Zaia attaccare il governo, anche se significava andare contro il leader di partito Matteo Salvini, che non ha mai rinunciato, anche in piena emergenza covid, al ruolo dell’oppositore morboso.

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Zaia, per essere autorevole, riferiva ai veneti di lunghe telefonate con il ministro alla Sanità Roberto Speranza, con il ministro degli Affari Regionali Francesco Boccia, per lui era importante in un momento di emergenza storica, in cui le fabbriche erano chiuse, fare capire che c’era l’apparato istituzionale intorno al cittadino, anche se questo significava rinunciare alla politica che Zaia ha sempre messo in secondo piano se c’era da imporsi come amministratore.


Il 75% del consenso non è dovuto all’emergenza covid, non solo a quello, il Doge, come è chiamato in Veneto, godeva già del 70% dei consensi anche prima che conoscessimo il coronavirus. Zaia ha stravinto ( è stato preferito anche da 5 stelle delusi e da chi ha sempre votato centro sinistra) ed è stato incoronato ‘re’ del Veneto perché da oltre 10 anni rende fieri i veneti di essere veneti. Li esorta tutti i giorni ad essere orgogliosi di una terra bella e produttiva, dove è stato inculcato il valore del lavoro prima di qualsiasi altro.

Lo invidio ai veneti, perché vorrei che nella mia Sicilia esistessero delle figure istituzionali così moderate, ma incisive nel comunicare ai siciliani quanto è bella la nostra Regione, che potrebbe vivere di solo turismo se solo avessimo quell’amor proprio, quel senso civico e quel senso di responsabilità che hanno i veneti. Quei veneti che vogliono l’autonomia, che è sinonimo di responsabilità e di sicurezza nel saper gestire la cosa propria senza gli aiuti di Roma. Proprio come i miei vicini di casa che hanno preso sacco e ramazza per raccogliere le foglie davanti all’uscio della loro casa, senza aspettare l’intervento del Comune.

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