LA PANDEMIA CI HA RESO MIGLIORI?

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Da andrà tutto bene, ai canti sui balconi, fino alla crisi ed al distanziamento sociale. Usciti dalla confort zone del lockdown (e mentalmente non tutti) la fase due ci ha riportato nella quotidianità più fragili e insicuri. La psichiatra Maria Trimarchi spiega a Me Style  il delicato momento che stiamo vivendo e come possiamo riprendere noi stessi.

 

Dall’inizio della pandemia abbiamo assistito al susseguirsi di momenti diversi anche all’interno delle varie fasi.  Nei primi momenti della fase I del lockdown, una volta superata la paura e lo sgomento per una situazione del tutto nuova e sconosciuta a cui il nostro cervello doveva abituarsi, abbiamo iniziato a sentirci tutti uniti.

Eravamo tutti sulla stessa barca a dover affrontare una condizione psicosociale mai vissuta prima e non paragonabile ad alcuno altro stress o evento precedente della nostra vita e abbiamo iniziato a reinventarci le giornate dentro le nostre case. Questa nuova condizione incoraggiata dai vari hashtag #andrà tutto bene #restiamo uniti #distanti ma uniti, sembrava aver portato a ridefinire i rapporti umani verso valori come la solidarietà, la condivisione, il rispetto, la pietas latina.

Questo aveva fatto ben sperare nella possibilità di ritrovare alla fine di tutto, una società migliore.

Purtroppo col passare dei giorni e con il peso della crisi che si andava delineando ancor prima di uscire dalla fase I, siamo passati dai canti sui balconi e dagli arcobaleni disegnati ovunque, alle recriminazioni, alla ricerca del colpevole, alla paura dell’altro. Purtroppo per molti è iniziato un periodo  di incertezza per il futuro in cui il lavoro non poteva riprendere e ci si sentiva sempre più fragili e vulnerabili.  All’inizio di questo periodo si parlava di coesione e positività.

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Con l’avvento della fase due si parla invece di “distanziamento sociale”, perché siamo tutti potenziali, pur se inconsapevoli, fonti di trasmissione del virus e dobbiamo abituarci a queste nuove modalità modificando i nostri gesti quotidiani.

Ma quando tutto questo sarà finito torneremo ai modelli precedenti oppure ci ritroveremo in una società ipocondriaca, fatta di persone che hanno paura dell’altro in quanto portatore di chissà quale virus?

Usciti dalla nostra “confort zone”, dal nostro “nido” ci siamo ritrovati in una società nuova.  Ma è una società migliore o peggiore?

Probabilmente bisognerà aspettare qualche mese per vedere quali saranno i reali effetti. La società moderna, per dirla con Bauman, è una società liquida, una società in cui prevale l’individualismo, in cui mancano punti di riferimento e in cui prevalgono meccanismi di difesa come la scissione, la proiezione e la negazione che ci portano a negare le nostre fragilità e a vedere il negativo nell’altro.

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E’ una società del malessere. Certamente il periodo che stiamo vivendo  rischia di accentuare ancora di più l’individualismo, l’egoismo, il narcisismo. Le crisi economiche  aumentano la sfiducia, la rabbia, l’apatia.

Di contro non dobbiamo dimenticare né sottovalutare che in questo periodo molte sono state le manifestazioni di solidarietà e di generosità che fanno ben sperare che una parte della società ne  possa uscire migliore, avendo rafforzato valori positivi.

Purtroppo la crisi ha accentuato le differenze e reso più visibili le disparità. Dalle differenze tra chi ha una casa grande e chi vive in pochi metri quadrati, chi ha continuato a lavorare seppur in smartworking e chi ha perso il lavoro e ha difficoltà anche a fare la spesa.  Si è accentuato anche il contrasto tra nord e sud, si è creato un conflitto tra salute, lavoro ed economia.

#andrà tutto bene se riusciremo a far prevalere l’altruismo, la coesione e l’ottimismo sul narcisismo,  sul vittimismo e il pessimismo.

Vorrei concludere sottolineando che la crisi può essere un’opportunità di cambiamento e di crescita, dipende da noi. Come ci ha ricordato Papa Francesco domenica scorsa: “Peggio della crisi c’è solo il dramma di sprecarla”.

 

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