LA SINDROME DELLA “CAPANNA”

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L’inizio della tanto attesa fase 2 avrebbe dovuto portare ad un graduale ritorno alla precedente quotidianità e alle vecchie abitudini. Ma non per tutti questo è stato così facile e piacevole.  La psichiatra Maria Trimarchi, che da oggi inizia una collaborazione settimanale con Me Style,. Ci spiega come affrontarla.

In questa fase abbiamo notato 2 tipi di reazioni: da un lato quelli che provano a far finta di niente o che, peggio, con comportamenti poco responsabili, negano il pericolo legato alla potenziale ripresa della pandemia, dall’altro quelli che hanno paura di uscire e riprendere le abitudini precedenti.

Certamente il periodo di lockdown ci ha messo maggiormente in contatto con il nostro essere fragili. Questo in alcuni casi ha portato allo sviluppo della cosiddetta “sindrome della capanna” o del prigioniero.

COS’E’ LA SINDROME DELLA CAPANNA.

Con questo termine definiamo la paura di uscire da casa dopo il lungo isolamento, in quanto stare chiusi “nella propria capanna” è più rassicurante, perché ci protegge non solo dal virus ma anche da una società che promuove l’efficienza e ci vuole sempre più performanti ma che ora ci trova ancora più in difficoltà. Se per certi versi uscire da casa dopo tanti mesi rappresenta un po’ per tutti una prova da superare, per alcuni diventa fonte di disagio psicologico che porta a sviluppare sintomi come insonnia, ansia, tristezza, depressione, paura del contagio fino ad una vera e propria paura dell’altro.

CHI NE STA SOFFRENDO

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Questa sindrome può manifestarsi in tutte le fasce di età, dall’adolescente che ha trascorso troppo tempo davanti ai monitor, agli adulti che si sono confrontati con lo smartworking o peggio ancora con la perdita, temporanea o definitiva del lavoro, agli anziani che si sono scoperti ancora più fragili di prima. Sappiamo che la nostra mente si fa piacere quelle situazioni da cui non può sfuggire  anche quelle spiacevoli. Pertanto, inizialmente può essere normale provare un certo disagio nel riprendere il contatto col mondo esterno ma se questo disagio si protrae per più di 3 settimane, aumenta il rischio di sviluppare una vera e propria patologia psichiatrica.  Gli specialisti che in questo periodo hanno prestato la propria professionalità nei vari centri di ascolto, hanno riferito che tante sono state le richieste di aiuto.

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COSA FARE

In effetti è importante non sottovalutare i sintomi rivolgendosi ad uno psicologo o ad uno psichiatra. Nei casi meno gravi può essere utile ritornare in modo graduale alla quotidianità affrontando le paure poco alla volta con uscite giornaliere anche brevi, riducendo il tempo dedicato al riposo e circondandosi dell’affetto delle persone care. Nei casi più gravi può essere necessario ricorrere ad un aiuto farmacologico e/o psicoterapeutico.

Per concludere vorrei sottolineare l’importanza di una corretta informazione che non sia basata sul terrore ma neanche sulla negazione di un problema ancora attuale e potenzialmente a rischio di ripresa. Come sempre dovremmo usare il buon senso e attenerci alle poche regole che ci indicano come evitare la diffusione del virus.

Dott.ssa Maria Trimarchi.

Psichiatra, Dirigente Medico presso il DSM Messina Nord.

 

 

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